Leggere l’incriminazione di Trump lascia senza fiato. Non tanto, o non solo, per il reato in sé. Ma per la totale assenza di qualsivoglia consapevolezza istituzionale. Con Trump che si diletta a esibire documenti sensibili; che li infila un po’ dove capita; che si rifiuta reiteratamente di restituirli (la questione si sarebbe risolta lì); che, come sempre, mente a più riprese. Cosa volesse farne non è dato sapere. Non paiono documenti da utilizzare politicamente o elettoralmente. Forse voleva solo esibirli. Forse, nel suo totale analfabetismo istituzionale, pensava di poterli un giorno mettere all’asta e farci due dollari (Trump non è imprenditore di successo; non ha le fortune di Bezos & co; la sua attività imprenditoriale assai borderline è scandita da bancarotte e condanne per truffe; da quel che sappiamo nel 2015 si candidò alle primarie non perché pensasse di poter vincere, ma per stare sotto i riflettori e capitalizzare il suo ruolo di celebrity).
Trump è un Frankenstein uscito dal laboratorio di una democrazia malata, di una polarizzazione estrema e di un partito repubblicano radicalizzato che da lui ha ottenuto molto in termini di politiche – deregulation, tagli alle tasse, nomine di giudici – ma che non è mai riuscito a metterlo sotto tutela. Un Frankenstein che ha vandalizzato oltre l’immaginabile una democrazia già in pesante sofferenza, come quest’ultima, ennesima storiaccia ci rivela.
