La Corte Suprema e l’affirmative action

Si sapeva sarebbe arrivata questa decisone della Corte Suprema che vieta l’uso di meccanismi di discriminazione positiva – “affermative action” – basati sulla razza nei processi di selezione degli studenti ammessi nelle università. La questione è più complessa e opaca di come viene presentata in tante caricature, pro o contro l’“affirmative action”, anche se si tratta chiaramente di una vittoria per il fronte conservatore in un contesto che, anche su questo, è andato progressivamente polarizzandosi (oltre che l’ennesima dimostrazione del vero e principale retaggio dei 4 anni di Presidenza Trump: quello di avere riempito le corti di giudici conservatori che su questo come su tanto altro sostengono posizioni ortodossamente repubblicane).  Alcuni, brevi punti per mostrare la complessità di questa materia:

  1. L’affirmative action fu parte di quell’azione contro le discriminazioni razziali, e la pesante ipoteca sul futuro del paese che esse ponevano, promossa dalle amministrazioni Kennedy e, soprattutto, Johnson. Le università la fecero propria a partire dalla fine degli anni 60 ovvero vari stati legiferarono sulla questione obbligando alle proprie università pubbliche a adeguarsi;
  • Che ponga problemi di costituzionalità è indubbio (e che nella lettura originalista di molti giudici di questa corte sia incostituzionale è banale rimarcarlo). Tanto che anche negli interventi della Corte Suprema – a partire da quello fondamentale del 1978, in Univ of California vs. Bakke – la maggioranza che l’ha difesa è sempre stata risicata e le giustificazioni non di rado contorte e parziali. Su scala statale, poi, tra interventi delle corti, referendum e iniziative legislative, l’affirmative action è stata speso indebolita o cancellata (anche qui un passaggio cruciale è avvenuto in California con la proposition 209 del 1996, in seguito alla quale vi è stato un calo drastico del numero di studenti afroamericani che studiano nel sistema pubblico di UC);
  • L’affirmative action come strumento con cui garantire maggiore inclusione e diversità nelle università ha indubbiamente funzionato e molti studi e statistiche sono lì a evidenziarlo. Ancora fino agli anni 50, il numero di studenti neri nelle università della Ivy League si contava sulle dita di una mano. La percentuale di matricole afroamericane a Harvard è passata in poco più di mezzo secolo dall’1 al 15% del totale. Dentro un forte aumento del numero di studenti che va all’università, tra gli anni 70 e il 2015, la percentuale di studenti bianchi è passata da ca. l’80 a poco più del 55%. E mille altri esempi potrebbero essere offerti;
  • E però molti di questi progressi sono avvenuti nella fase iniziale; dagli anni 80 in poi si è proceduti molto più a rilento. Non solo: la crescita esponenziale delle rette universitarie ha reso ancora più alte le barriere di classe, ponendo ostacoli spesso insormontabili per accedere all’istruzione universitaria ovvero contribuendo (in tempi più recenti) all’esplosione incontrollata del debito studentesco (tanto per intenderci, le tasse – tuition and fees – di un buon liberal arts college come il Dickinson sono oggi di circa 63mila dollari annui). E i progressi fatti grazie all’affirmative action sono stato spesso bilanciati da questo elemento regressivo; tanto che è stato calcolato che più del 70% degli studenti neri e ispanici di Harvard viene da famiglie con redditi e livelli d’istruzione superiori alla media. Negli anni dell’affirmative action hanno insomma beneficiato di più membri benestanti delle minoranze;
  • Al netto degli evidenti problemi di costituzionalità, l’affirmative action ha ottenuto risultati parziali, ancorché importanti, alimentato storture e, per via di decisioni prese a livello statale, era già stata radicalmente indebolita. Le università e, nel caso di quelle pubbliche, chi le regolamenta dispongono di strumenti per promuovere pluralismo, diversità, inclusione ed equità anche con strumenti altri (una delle proposte più importanti è di usare come criterio la ricchezza, non il reddito, dei nuclei familiari, il parametro che meglio illustra le monumentali diseguaglianze degli Usa contemporanei);
  • Nel leggere le opinioni dei giudici della Corte Suprema che hanno affondato l’affirmative action nel sistema dell’istruzione superiore colpiscono alcuni ragionamenti, su tutti quelli davvero sconcertanti del conservatore Clarence Thomas (uno dei due membri afroamericani della corte) che denuncia l’affirmative action come una forma di “razzismo imposto dal governo (government-imposed racism)” ed elogia i vecchi college neri della segregazione che “pur non avendo una forte diversità razziale, dimostrarono la forte capacità di migliorare le vite dei loro studenti”….
  • Infine, colpisce questa grande mobilitazione conservatrice contro l’affirmative action in un sistema universitario che da tempo non offre più l’ascensore sociale del passato, tendendo piuttosto a riprodurre e ossificare consolidate gerarchie sociali, dove si finanzia con borse di studio e ingenti investimenti attività sportive di fatto professionistiche e, più di tutto, dove quote significative delle ammissioni (circa il 15% ad Harvard) sono riservate a figli di alumni, spesso ricchi donatori grazie al meccanismo delle ammissioni sulla base della legacy.
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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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