Ha fatto scalpore la visita di Henry Kissinger in Cina. Perché a 100 anni compiuti, l’ex Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale è ancora in grado di compiere un viaggio così faticoso e d’interloquire a lungo con i leader cinesi. E perché i vertici di Pechino – a partire dal Presidente Xi, dal Ministro della Difesa Li Shangfu e dal responsabile della politica estera Wang Yi – lo hanno incontrato, riservandogli onori ostentatamente rifiutati invece a membri dell’amministrazione Biden, come il Segretario di Stato, Blinken, e quello della Difesa, Austin (che Li Shangfu si rifiutò addirittura d’incontrare al summit sulla sicurezza di Singapore qualche settimana fa).
Perché questo viaggio? E perché così tanta attenzione attorno ad esso?
In realtà, Kissinger si reca regolarmente in Cina da più di mezzo secolo, da quando – emissario di Nixon e con l’aiuto dell’alleato pakistano – giunse segretamente a Pechino per preparare il viaggio del Presidente del febbraio 1972 e inaugurare la storica apertura all’ex nemico comunista. Più di 100 sono state in questi anni le sue visite a Pechino e in altre città cinesi, dove Kissinger da tempo viene accolto come un amico della Cina, sensibile ai suoi interessi di potenza e conoscitore della sua cultura politica e delle sue visioni strategiche (il che è doppiamente ironico, considerato che Kissinger fu in realtà esperto di Europa e relazioni transatlantiche e, nell’amministrazione Nixon, manifestò a lungo scetticismo e disinteresse verso il disegno nixoniano di distensione con la Cina).
Questo viaggio è avvenuto però in un contesto diverso, di accresciuta tensione tra le due grandi potenze dell’ordine internazionale corrente, con l’amministrazione Biden che cerca con fatica di avviare un qualche disgelo con la Cina, e l’opinione pubblica e il mondo politico statunitensi che in larga maggioranza fanno proprie posizioni anti-cinesi che talora tracimano in vera e propria sinofobia. Ecco allora i vertici cinesi presentare Kissinger come simbolo di un’America diversa, capace di riconoscere lo status e le legittime pretese della Cina, di mettere da parte velleitarie (e pericolose) crociate democratiche e umanitarie, e di adoperarsi con realismo per promuovere un dialogo e uno scambio finalizzati al mantenimento della stabilità globale. Per Pechino la realpolitik incarnata dal “vecchio amico” Kissinger, nelle parole di Xi, costituirebbe bussola ben più solida per ridurre le tensioni, risolvere le incomprensioni e giungere agli indispensabili compromessi tra l’egemone globale (gli Usa) e il loro più prossimo rivale di potenza (la Cina). La Cina non può essere “trasformata” o “contenuta”, ha sostenuto Wang, e la politica statunitense “richiede oggi l’acume diplomatico di Kissinger e il coraggio politico di Nixon”.
Kissinger, lo sappiamo, adora i riflettori e le adulazioni. E la sua ostentata ammirazione per la sofisticatezza e l’erudizione cinesi data ormai dal suo famoso primo viaggio dell’estate del 1971. La “storia e la pratica hanno ripetutamente dimostrato che gli Usa e la Cina non possono permettersi il costo di trattarsi come rivali,” ha chiosato l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Che nelle sue numerose visite in Cina si è però presentato con tante vesti diverse: uomo di Stato, intellettuale, esperto, ma anche – con la sua “Kissinger Associates” – consulente lautamente retribuito di importanti interessi economici che molto hanno beneficiato della crescente integrazione sino-statunitense. Una coltre di segreto gelosamente custodita ha sempre avvolto questa attività (tanto da indurre Kissinger a rifiutare importanti incarichi pubblici pur di proteggerla). Non sappiamo, e non sapremo probabilmente mai, se anche questo elemento sia intervenuto in questo ultimo viaggio. Ma è difficile immaginare che Kissinger non abbia utilizzato questa visita per farsi latore delle istanze e delle inquietudini di quella parte importante della comunità imprenditoriale statunitense che guarda oggi con comprensibile preoccupazione al deterioramento dei rapporti tra i due paesi.
Il Giornale di Brescia, 25 luglio 2023
