L’incriminazione di Trump più importante e complessa

Era attesa questa nuova incriminazione di Donald Trump. E i capi d’imputazione sono quelli previsti, anche se illustrati con estrema minuzia nelle 45, fitte pagine redatte dal consigliere speciale nominato dal Dipartimento della Giustizia, Jack Smith: cospirazione per frodare gli Stati Uniti; ostruzione di un procedimento ufficiale del governo (la certificazione del voto del 2020); violazione del diritto civile di avere il proprio voto riconosciuto e conteggiato. La vicenda si presta a tre ordini di considerazione, che pertengono alla sfera legale, a quella politico-elettorale e a quella che riguarda la democrazia statunitense.

La sfera legale, innanzitutto. Di tutte le indagini in corso su Trump questa è la più importante, delicata e complessa. Perché più difficili da dimostrare sono i crimini imputati rispetto a un pagamento illegale a un ex pornostar o alla mancata restituzione di documenti segreti, come nel caso delle precedenti incriminazioni. Perché gravi, gravissimi, sono i reati addebitati all’ex Presidente ossia di aver consapevolmente promosso un disegno eversivo finalizzato a impedire il riconoscimento dell’esito delle elezioni del 2020. Perché Trump viene accusato di avere attentato alla democrazia stessa degli Stati Uniti. Smith ha fatto del suo meglio per dettagliare con precisione tutti gli elementi fattuali che giustificano l’incriminazione di Trump. Altri, come sempre in questi casi, li avrà riservati per il momento del dibattimento. Che si terrà nella Corte del Distretto Federale di Washington, di fronte a una giudice – Tanya Sue Chutkan – nominata da Obama nel 2014 e che ha finora utilizzato il pugno di ferro nei confronti di molti partecipanti all’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. E però non sarà semplice dimostrare che nel caso di Trump si tratta di reato e non sia invece violato il I emendamento, ossia una “libertà di parola” che include anche il diritto dell’ex Presidente di mentire consapevolmente e spudoratamente come ha fatto rispetto al voto del 2020.

Il tutto avviene nel contesto di un ciclo elettorale già iniziato e a poche settimane dal primo dibattito tra gli aspiranti repubblicani alla Presidenza che avrà luogo a Milwaukee il 23 agosto. Sondaggi alla mano, Trump sembra essere largamente favorito nella corsa alla nomination. Le incriminazioni cui è stato soggetto paiono averlo paradossalmente aiutato, alimentando una narrazione – quella del leader coraggioso perseguitato da una giustizia corrotta e politicizzata – straordinariamente popolare tra l’elettorato repubblicano più militante e radicale (che è poi quello che vota di più alle primarie). Difficile immaginare che ciò non sia però destinato a ritorcerglisi contro nella successiva campagna per le presidenziali, dove queste incriminazioni galvanizzeranno un elettorato democratico poco entusiasta della riconferma di Biden e quasi certamente alieneranno quegli elettori moderati o finanche conservatori che osservano con sconcerto e talora orrore le rivelazioni delle tante indagini sull’ex Presidente.

E questo ci porta al terzo e ultimo punto: l’emergenza democratica che questa vicenda una volta ancora rivela. Un’emergenza di cui Trump è stato prima il prodotto e poi l’acceleratore. Quanto avvenuto dopo il voto del novembre 2020 ha costituito una tentata eversione dell’ordine democratico. Impedire il riconoscimento del voto e la pacifica transizione del potere è quanto di più grave e, invero, “golpista” possa accadere in una democrazia. Gli Stati Uniti non sono riusciti a fare i conti con questo tentato golpe, in primis approvando l’impeachment di Trump. Da parte repubblicana si è sperato che il tycoon newyorchese si facesse da parte, magari dedicandosi ai suoi interessi privati e abbandonando la politica. Così non è stato e ora gli Usa si trovano di fronte alla terrificante prospettiva di avere una campagna elettorale in cui uno dei due candidati alla Presidenza divide il proprio tempo tra i comizi e le aule dei tribunali; e dove, in teoria, potrebbe essere eletto Presidente un uomo condannato a diversi anni di carcere per reati molto gravi, pronto magari a usare gli ampi poteri presidenziali per concedere a sé stesso la grazia.

Il Giornale di Brescia, 3 agosto 2023

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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