Un altro anniversario dell’11 settembre 2001. Con i suoi rituali, la sua retorica, le sue commemorazioni. Con la memoria, che è inevitabilmente vivida e dolorosa per chi ha vissuto in prima persona quel dramma ma che si fa vieppiù sfocata e lontana per gli altri. Con 22 anni di storia in mezzo, a marcare la distanza da un evento che apparì allora (e che per molti aspetti fu) epocale, ma che nel flusso di questa storia è parso progressivamente perdere quel carattere di netta cesura, di spartiacque, che all’epoca pochi pensavano di potergli contestare.
Come leggerlo l’11 settembre nel suo ventiduesimo anniversario? E come interpretarne il significato e l’importanza alla luce di ciò che è seguito? Per farlo è forse utile ritornare alle interpretazioni e alle previsioni che scandirono i giorni successivi agli attacchi terroristici alle Torri Gemelle e al Pentagono: testarne la fondatezza e solidità per meglio comprendere quel che in realtà è avvenuto.
Nel farlo, ricaviamo almeno tre utili elementi di riflessione. La prima, diffusa interpretazione/previsione fu che l’11 settembre avrebbe quasi certamente innestato uno scontro di “civiltà” tra Occidente e Islam radicale. Scontro, questo, asimmetrico, nel quale il secondo avrebbe utilizzato con efficacia e brutalità estrema lo strumento terroristico. Tanti attentati e azioni successivi – Madrid 2004, Londra, Parigi 2015, solo per menzionarne alcuni – e la terrificante esperienza dell’ISIS in Siria e Iraq sembrarono validare quanto molti preconizzarono 22 anni orsono. E il pericolo di certo non è venuto meno. Oggi però la grande sfida di un terrorismo transnazionale di matrice islamista fa meno paura ovvero non pare costituire più quella inequivoca minaccia esistenziale del passato. Se guardiamo al caso degli Stati Uniti, la crescita significativa di atti terroristici dell’ultimo decennio si è accompagnata a una decrescita, assoluta e ancor più relativa, di quelli promossi in nome di una declinazione radicale (e malata) della religione islamica. Preponderanti sono stati negli anni gli atti terroristici di matrice interna – legata alla radicalizzazione dello scontro politico – in particolare quelli promossi da milizie e militanti del suprematismo bianco.
E questo ci porta al secondo punto: l’impatto dell’11 settembre sugli Usa e la loro capacità di preservare un’indiscussa superiorità di potenza. Due tesi contrapposte, che per comodità potremmo definire “decliniste” e “anti-decliniste”, si fronteggiarono allora. Gli assertori della prima sostennero che la vulnerabilità rivelata dall’11 settembre era indicativa di un più generale declino degli Stati Uniti, evidenziato anche dalla forte contrazione delle loro capacità militari e dalla frequente contestazione della loro egemonia. Chi contestava l’idea di un declino statunitense rimarcava invece la reazione compatta del paese, raccolto attorno a un Presidente “di guerra” che aveva il consenso del 90% o più dell’opinione pubblica, l’immediata azione in Afghanistan e l’ampia legislazione emergenziale adottata in forma bipartisan da un Congresso nel quale le defezioni si contavano sulle dita di una mano. 22 anni più tardi possiamo dire che entrambe queste letture si sono rivelate superficiali se non infondate. Mille indicatori di potenza – economici, militari, culturali – rivelano la persistente solidità della potenza statunitense. La polarizzazione politica e culturale, cui il post-11 settembre e le guerre americane del XXI secolo tanto hanno contribuito, concorre però ad alimentare uno sgretolamento della coesione nazionale, una disfunzionalità della politica e una più generale crisi della democrazia statunitense che oggi rappresenta a tutti gli effetti la principale vulnerabilità degli Usa.
Terzo e ultimo: gli schemi globali di potenza e la gerarchia conseguente nella definizione delle priorità strategiche statunitensi e dell’importanza delle diverse aree e regioni del mondo. Forse nessuno 22 anni fa non avrebbe messo il Medio Oriente al picco di questa gerarchia. Il dissennato intervento militare del 2003 in Iraq – che produsse uno più grandi fiaschi nella storia della politica estera statunitense – fu promosso e giustificato anche in nome della volontà di procedere a una radicale alterazione degli equilibri regionali. Il Medio Oriente rimane importante, ci mancherebbe. Ma la sua centralità è venuta progressivamente meno: per la minore importanza delle sue risorse energetiche, per il fallimento degli ambiziosi disegni trasformativi di Washington e perché altre priorità sono infine emerse. Il mondo del 2023 è quindi un mondo segnato anche dalla tragedia dell’11 settembre, ma molto diverso da quello che molti preconizzarono e immaginarono allora.
Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2023
