E se fosse l’inizio della fine per Hamas e Netanyahu?

E se fosse l’inizio della fine per Hamas e Netanyahu? La reazione immediata è di pensare il contrario. Il primo ha appena inflitto allo stato ebraico la più devastante offensiva che esso abbia mai subito. Un’offensiva attentamente coreografata per capitalizzare sull’umiliazione patita da Israele, minandone l’aura d’invincibilità e competenza, e indebolendone in modo significativo la credibilità del deterrente militare. Il premier israeliano, per quanto costretto a un governo di unità nazionale, ha visto validata la sua rappresentazione del nemico palestinese e le politiche radicali adottate per farvi fronte.

E però, a uno sguardo più attento si rivela la possibilità di un esito diverso e che questa immane tragedia possa aprire nuove possibilità o quantomeno indebolire quegli attori – Hamas e Netanyahu – che tanto hanno fatto per danneggiare il dialogo israelo-palestinese. L’iniziale clamore per il successo dell’attacco di Hamas ha lasciato immediatamente spazio all’orrore per la violenza indiscriminata che è stata dispiegata. Per i massacri sistematici di civili inermi, inclusi molti bambini, che rimandano ai pogrom o, in tempi più recenti, alla follia dell’ISIS più che alle guerre di liberazione nazionali, anche quelle maggiormente brutali. Hamas diventa a tutti gli effetti un attore paria del sistema internazionale. Esposto a una rappresaglia militare devastante, che ne decapiterà leadership e struttura. Ridotto negli effettivi, un numero non marginale dei quali – stando alle informazioni di cui disponiamo – sarebbe stato sacrificato nell’offensiva. Privo di qualsivoglia residua legittimità. E potenzialmente indebolito anche nelle dinamiche intra-palestinesi laddove – come da tempo chiedono i vertici militari e dell’intelligence d’Israele – il governo israeliano dovesse abbandonare l’ostracismo degli ultimi anni nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

E questo ci porta a Netanyahu. Non è ancora il momento dei processi e delle denunce, per quanto molti suoi critici si stiano già esponendo (due giorni fa, in un’intervista sul quotidiano francese Le Figaro, vi è statoun durissimo atto di accusa nei suoi confronti da parte di Ami Ayalon, l’ex direttore dello Shin Beth, il potentissimo servizio d’intelligence interno). Difficile però che non finisca presto sul banco degli imputati. Pur avendo cavalcato e sfruttato elettoralmente la questione securitaria, Netanyahu non ha saputo di fatto proteggere il suo paese. La sua virata autoritaria degli ultimi anni ha diviso e lacerato la società israeliana come mai prima d’oggi. Il suo appoggio alla politica d’insediamenti in Cisgiordania – oltre a venir meno agli impegni indispensabili a qualsiasi processo negoziale – ha indebolito ancor più l’unico possibile interlocutore palestinese, l’ANP, alimentato tensioni e scontri, e indotto a trasferire uomini e risorse sulla frontiera orientale, contribuendo alla maggiore vulnerabilità di quella con Gaza. Gli scontri reiterati con le amministrazioni democratiche di Obama e Biden – il primo ostentatamente umiliato da Netanyahu in un discorso al Congresso statunitense nel 2015 – non hanno determinato una riduzione degli aiuti statunitensi. Hanno però creato una situazione nella quale l’alleato speciale americano può ora far pesare il suo appoggio per chiedere un cambiamento di rotta. Un alleato che ora aumenta la propria presenza militare nella regione, per rimarcare la sua preoccupazione e il suo pieno sostegno a Israele. Ma che superata questa crisi, difficilmente accetterà in silenzio un qualsiasi ritorno allo status quo politico antecedente l’inizio di questa guerra.

Siamo in una fase volatile e pericolosissima di una nuova guerra mediorientale che, come le tante dell’epoca contemporanea, s’intreccia strettamente con il più ampio contesto internazionale. Non sarà una guerra breve; il rischio di escalation regionali è molto alto; la violenza dispiegata elevatissima come elevatissimo sarà (ed è in realtà già) il numero di vittime civili. Se vi è un flebile motivo di speranza è che da questa guerra possano uscire finalmente indeboliti quegli attori entro i rispettivi stati e compagini che più di tutti hanno contribuito a provocarla.

Il Giornale di Brescia, 12 ottobre 2023

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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