Joe Biden non sarà a Dubai per la COP28. È probabile abbia voluto evitare un altro viaggio molto faticoso, in un momento in cui il dossier Gaza assorbe molte delle sue energie e del suo impegno. E in questo anno elettorale ormai iniziato, il Presidente cerca di destinare sempre più il suo tempo a una campagna che si preannuncia molto complessa. Non a caso, andrà invece in Colorado a promuovere gli investimenti in energia eolica, parte del suo programma di reindustrializzazione e di lotta al cambiamento climatico. Perché è questa la grande sfida per Biden oggi: convincere l’opinione pubblica interna dei buoni risultati ottenuti dalla sua amministrazione e rompere una sfiducia e una disillusione che sono diffusi anche tra gli elettori democratici.
I sondaggi usciti nelle ultime settimane evidenziano tutte le difficoltà di Biden e non possono che preoccupare i democratici. Il tasso di approvazione del suo operato non supera il 40%; in un nuovo confronto con Trump, il Presidente uscirebbe oggi sconfitto in quasi tutti gli stati che saranno decisivi nel 2024; con gli altri potenziali avversari repubblicani – Nikki Haley e Ron DeSantis – la sconfitta sarebbe ancor più netta; quattro americani su cinque lo considerano troppo anziano per un secondo mandato presidenziale; per quanto si siano alzati un po’ rispetto ai picchi negativi dell’era Covid, i vari indici di fiducia dei consumatori si attestano ancora su livelli molto bassi.
Come si spiega tutto ciò? Cosa determina l’impopolarità di Biden e il rischio concreto, e inimmaginabile due anni e mezzo fa, che Donald Trump possa essere rieletto?
In grande sintesi, possiamo offrire tre spiegazioni. La prima rimanda ai due elementi che dominano e definiscono il dibattito pubblico negli Usa oggi: la polarizzazione e l’antipolitica. Da un lato c’è un pezzo di elettorato, quantificabile attorno al 40/45% per ogni parte, pregiudizialmente ostile all’avversario a prescindere dal contenuto e, anche, degli effetti della azione politica che questo promuove quando chiamato a governare: che ne dà sempre e comunque un giudizio negativo. E che mette candidati e forze politiche in una condizione di handicap in virtù della quale – e diversamente da un passato non lontano – vi è una soglia impossibile da sfondare in termini di consenso. Dall’altro, la sfiducia nella politica colpisce maggiormente chi ha responsabilità ultime di governo; chi occupa e rappresenta istituzioni ormai spesso delegittimate agli occhi di ampi segmenti dell’opinione pubblica.
La seconda spiegazione è legata invece al giudizio non positivo che molti americani danno dei risultati di quasi tre anni di amministrazione Biden, in particolare per quanto riguarda l’economia. Che è cresciuta a ritmi considerevoli, con una disoccupazione stabilmente sotto il 4% e significativi aumenti dei salari. Ma dove l’alta inflazione ha eroso molti di questi progressi e gli alti prezzi di beni di consumo essenziali hanno alimentato la sensazione di trovarsi in uno stato di difficoltà fattosi quasi cronico; e in cui la stessa, rapida diminuzione di questa inflazione – passata nell’ultimo anno dal 9 al 3% – tarda a far sentire i suoi effetti e a intaccare percezioni destinate ad avere un effetto potente sulle scelte ultime di voto.
Infine, l’età di Biden, che già abbiamo menzionato. Comunque la si pensi, il Presidente sta governando in modo incisivo ed efficace. Ha ottenuto risultati legislativi come non accadeva da tempo in un sistema paralizzato da polarizzazione e veti reciproci. È riuscito a imporre una disciplina e una coesione sorprendenti nell’amministrazione e al suo partito. È però anche un uomo patentemente affaticato e non sempre lucido nelle interazioni, come spesso si vede nelle sue conferenze stampa. E come ritiene lo stesso 70% degli elettori democratici, che fino all’ultimo hanno sperato si facesse da parte e rinunciasse a ricandidarsi.
Il Giornale di Brescia, 30 novembre 2023

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