Gli aiuti all’Ucraina e il ciclo elettorale statunitense

Il Senato statunitense ha bloccato un provvedimento straordinario che stanziava 111 miliardi di dollari, una parte dei quali (50) destinati ad aiuti economici, militari e umanitari all’Ucraina. I repubblicani – che hanno votato compatti contro il provvedimento assieme al Senatore indipendente Bernie Sanders – chiedevano che esso fosse abbinato a uno stanziamento per rafforzare la sicurezza al confine meridionale con il Messico. Biden sembra pronto a fare delle concessioni, ma da parte repubblicana per il momento non pare esservi disponibilità al compromesso. Le motivazioni sono semplici da individuare e il loro opportunismo politico evidente. Siamo ormai entrati nella lunga stagione elettorale che culminerà il 5 novembre 2024 nel voto per il Presidente, un terzo del Senato, l’intera Camera dei Rappresentanti, 11 governatorati e circa il 90% dei Congressi statali. La questione della sicurezza e dell’immigrazione illegale dal Messico e dal Centro America è tema importante, al centro delle preoccupazioni di molti elettori (soprattutto repubblicani) che contribuisce al basso consenso del Presidente e della sua amministrazione. Cavalcarlo, con abilità e spregiudicatezza, garantisce un evidente ritorno elettorale.

E legarlo agli aiuti all’Ucraina non è pericoloso e potenzialmente controproducente come sarebbe stato solo fino a pochi mesi fa. Le ragioni sono due, una contingente e una storica alla quale l’aggressione russa del febbraio aveva messo solo temporaneamente la sordina. Da un lato agisce una disillusione verso il conflitto cui contribuisce anche l’insuccesso della controffensiva ucraina sulla quale molto si era investito. Dalla guerra non s’intravedono vie d’uscita, dopo le umiliazioni iniziali la Russia pare essere riuscita a compattarsi e a trovare il modo di reggere il conflitto, le sanzioni estreme che le sono state inflitte non hanno sortito i risultati auspicati (e che molti avevano preconizzato). Il protrarsi della guerra ha fatto evaporare l’iniziale ampio consenso bipartisan, politico e pubblico, al sostegno a Kiev. Lo rivelano, implacabili, i sondaggi, secondo i quali maggioranze solide dell’opinione pubblica non sono oggi a favore dello stanziamento di ulteriori aiuti, ritengono che gli Usa abbiano fatto (e speso) fin troppo e chiedono che sia l’Europa a doversi far carico della questione.

Sono posizioni, queste, diffuse trasversalmente ma decisamente maggioritarie tra l’elettorato repubblicano. E questo ci porta alle matrici di lungo periodo che stanno dietro la crescente indisponibilità a continuare a finanziare lo sforzo ucraino. Gli aiuti esteri, in qualsiasi loro declinazione – militare e civile, economica e umanitaria – non sono mai stati particolarmente popolari negli Stati Uniti. La cui politica estera può anche essere letta come conseguenza di una dialettica costante, e spesso assai tesa, tra élites internazionaliste e un’opinione pubblica in maggioranza disinteressata a quanto avviene fuori dai confini nazionali oltre che facilmente catturabile dalle parole d’ordine, talora molto demagogiche, di chi invita a concentrarsi sui problemi interni. Negli ultimi anni queste posizioni sono divenute più popolari anche in conseguenza delle fallimentari guerre americane del XXI secolo, della crisi del 2008 e della più generale contestazione della globalizzazione che ne è conseguita. E si sono sommate a un’ostilità nei confronti dell’Europa presentata come pavida, imbelle, sempre dipendente dagli Usa in tante narrazioni repubblicane, come ben si sta vedendo anche nel ciclo delle primarie.

Tutto ciò mette l’amministrazione Biden in un angolo dal quale è oggi assai difficile uscire. E con mesi di lunga e aspra campagna elettorale alle porte, è difficile immaginare mutamenti radicali di un quadro che non può che preoccupare il governo ucraino e chi lo sostiene.

Il Giornale di Brescia, 8 dicembre 2023

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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