Confermando i sondaggi, Trump ha stravinto i caucus dell’Iowa e fatto un primo, importante passo verso una nomination repubblicana che non si capisce come possa ormai sfuggirli. Non è solo la portata della vittoria di Trump – più del 50% dei voti e dei delegati – a colpire. Ancor più significativi sono la distanza dagli avversari e il fatto che Nikki Haley sia giunta solo terza, dietro al governatore della Florida Ron DeSantis. L’ex ambasciatrice all’Onu pareva la sola credibile antagonista di Trump, anche perché nel prossimo voto in New Hampshire dovrebbe esservi un elettorato a lei più favorevole. Doveva però contenere la sconfitta, giungere seconda e liberarsi di DeSantis (che tutto ha investito sull’Iowa). Nulla di ciò si è realizzato e una strada di suo impervia pare oggi essersi fatta impossibile.
Come leggere questo voto e cosa attendersi dalla replica quasi scontata della sfida del 2020 tra Biden e Trump?
Tre rapide considerazioni sono possibili. La prima, nota da tempo ma pienamente validata da questo voto, è che il partito repubblicano è a tutti gli effetti il partito di Donald Trump. Lo è in termini di proposta politica, di retorica e di immagine. È Trump che mobilita e porta alle urne una base entusiasta e devota; che detta tempi e contenuti della discussione; che viola impunemente le regole del partito, rifiutandosi di partecipare ai confronti televisivi senza pagare dazio alcuno in termini di consenso e di voti. È Trump che incarna e sublima la trasformazione della Destra statunitense e il suo abbracciare posizioni radicalmente protezioniste e anti-globaliste.
La seconda è che tutto ciò pone un evidente problema alla democrazia statunitense. Nel cui corpo di suo affaticato e in difficoltà, Trump inietta ulteriore tossicità alimentando metastasi che appaiono sempre più diffuse e incontenibili. Dai primi exit poll escono dati che fanno rabbrividire: meno del 10% degli elettori di Trump (e del 30% di quelli totali) ritengono che Biden sia un Presidente legittimo. Gli altri – una nettissima maggioranza – credono invece alla “grande bugia” – smentita in mille analisi e riconteggi – della frode elettorale che sarebbe stata perpetrata nel 2020. Trump cavalca e alimenta queste narrazioni cospirazioniste. E lo fa con un lessico che sembra, se possibile, ancor più fuori controllo: promettendo punizioni esemplari atte “a estirpare” i “parassiti” che a suo dire popolerebbero la società e la politica statunitensi. Se eletto, difficilmente accetterà nella sua amministrazione le figure moderate che vi entrarono nel 2017, con il compito più o meno esplicito di contenerne l’intemperanza e compensarne l’impreparazione. Avremo cioè un Trump ben più radicale e pronto a dar sfogo a inclinazioni autoritarie sempre meno occultate.
E questo ci porta alla terza e ultima considerazione, relativa ai mesi che ci attendono di qui al voto. Sarà, la quasi certa sfida Biden-Trump, un confronto aspro se non brutale, in un contesto di radicale polarizzazione politica e piena delegittimazione reciproca. Entrambe le parti cercheranno di cavalcare i temi che più le avvantaggiano: immigrazione, criminalità e potere d’acquisto, Trump; risultati economici, diritto all’aborto e difesa dello stato sociale, Biden. Il Presidente democratico è candidato debole e vulnerabile, per ragioni che abbiamo qui spesso esaminato. Che sia Trump a sfidarlo gli offre però una carta aggiuntiva, che sta già cercando di utilizzare per galvanizzare e mobilitare appieno il proprio elettorato, come riuscì fare nel 2020: quella della difesa di una democrazia che Trump minaccia e non rispetta. La tentata eversione di tre anni fa, quando Trump cercò d’impedire il riconoscimento dell’esito delle elezioni e una pacifica transizione di poteri, è un monito che Biden e i democratici cercheranno di riattivare di fronte a un paese disilluso e finanche cinico, nel quale la grossolana retorica antipolitica di Trump continua a catturare l’immaginario di molti.
Il Giornale di Brescia, 17 gennaio 2024
