Due anni di guerra

Due anni di guerra. Decine, forse centinaia di migliaia di morti, non lo sappiamo con precisione, che da ambo le parti è immediatamente calata la scure di una censura che impedisce di avere dati certi e attendibili. E un’altalena, di aspettative e risultati militari, nella quale all’iniziale certezza di una rapida vittoria russa è subentrata l’inattesa resistenza ucraina culminata, nel corso del 2023, in un’ambiziosa controffensiva che non ha però sortito i risultati attesi. Il tutto in un contesto in cui il conflitto rapidamente si internazionalizzava, coinvolgendo indirettamente molti altri attori, e i cui riverberi si manifestavano con forza su ordine globale sempre più frammentato e instabile.

La guerra scatenata due anni fa dall’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato un tornante dell’età contemporanea. Ha riportato per la prima volta dal 1945 una guerra tra Stati in Europa. Ha provocato distruzione e morti come non si vedeva da allora nel Vecchio Continente (quelli russi, anche nelle stime più conservative, sono superiori a tutti i caduti sovietici e russi in guerra tra il 1945 e il 2022). Ha fatto rievocare ipotesi di uso di armi nucleari, violando un tabù operativo da decenni. Ha prodotto un ulteriore, e per molti aspetti ben più sostanziale, allargamento della NATO, con l’ingresso di Svezia e Finlandia nell’alleanza e un significativo rafforzamento delle sue capacità operative sul fronte orientale. Ha indotto la gran parte dei paesi europei ad aumentare gli investimenti militari e pianificare strategie basate sull’assunto che la priorità sarà a lungo quella di fronteggiare la minaccia russa. Ed è entrata prepotentemente nella quotidianità delle nostre democrazie, divise rispetto alle politiche da adottare e penetrabili alla propaganda esterna, quella russa in particolare, come ben vediamo nell’attuale campagna elettorale statunitense.

Le oscillazioni di questi due anni di guerra obbligano alla cautela nelle analisi e ancor più nelle previsioni. L’ottimismo del fronte pro-ucraino di un anno fa pare essere definitivamente svanito. Sostituito oggi forse da una sopravalutazione della forza russa o delle effettive mire (e capacità) espansionistiche di Mosca. Di certo, il conflitto ha evidenziato le debolezze e fragilità di tutti gli attori direttamente o indirettamente coinvolti. La Russia si sarà pure ricompattata, piegando vieppiù la sua produzione industriale alle esigenze belliche, contenendo l’impatto delle durissime sanzioni cui è soggetta ed evitando un tracollo militare che per qualche mese parve possibile. Lo ha fatto però mettendo ancor più il suo petrostato al servizio di un regime autoritario e violento, vedendo accresciuta la sua dipendenza dalla (e subalternità alla) Cina, abbandonando forme d’interdipendenza economica con l’Europa vitali rispetto a qualsiasi progetto di sviluppo di un modello economico assai arretrato e soggetto alla volatilità dei prezzi di alcune materie prime. Soprattutto, Mosca ha visto materializzarsi il suo incubo strategico primario: una NATO allargata e potenziata, la cui missione fondamentale è tornata a essere il contenimento della Russia; un’Ucraina ferocemente antirussa e vieppiù integrata nell’ordine securitario euro-americano. Potrà anche ottenere ulteriori successi militari, ma gli iniziali obiettivi revisionistici di riportare Kiev sotto una sfera d’influenza russa che si sarebbe tornata ad allargare sembrano davvero lontani e irrealistici.

Come lontana e irrealistica appare l’illusione ucraina di poter riacquisire il controllo di tutto il suo territorio, inclusa la Crimea persa nel 2014. Troppo lo squilibrio di forze in campo se misurato in termini di capacità militari e demografiche (amplificate da quella che appare essere una maggiore “spendibilità” delle vite dei soldati russi per il regime di Putin). Soprattutto in quella che è divenuta rapidamente una logorante guerra di attrito, che ha amplificato la dipendenza di Kiev dal sostegno esterno. E questo ci porta alla terza e ultima debolezza, quella delle democrazie occidentali oggi meno attente e interessate a quanto accade in Ucraina, e dove l’iniziale appoggio all’Ucraina è ormai apertamente contestato. Lo vediamo bene nel caso dell’attore esterno fondamentale, quegli Stati Uniti che a Kiev hanno fornito aiuti massici, inclusa sofisticata tecnologia militare, e dove una percentuale crescente dell’opinione pubblica chiede oggi un disimpegno e contesta nuove spese.

Tre debolezze che dovrebbero spingere a un qualche negoziato. Basato su concessioni che i sacrifici sostenuti rendono però difficili da accettare, soprattutto (e comprensibilmente) da parte ucraina. Con il rischio di un’ulteriore cronicizzazione di una guerra dai costi umani e materiali terribili e la possibilità sempre latente che essa vada fuori controllo, generando pericolosissime escalation.

Il Giornale di Brescia, 24 febbraio 2024

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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