Fioccano i sondaggi che mostrano come Kamala Harris abbia riaperto la partita e sarebbe oggi addirittura favorita, ultimo in ordine di tempo quello del Times che la dà in vantaggio in Arizona e North Carolina (rimettere in gioco i 4 swing states della Sunbelt – Az, NC, Georgia e Nevada – vuol dire aprire più vie alla vittoria e obbligare la controparte a spendere risorse e impegno, sottraendoli da quel Midwest – Wisconsin, Michigan e Pennsylvania – che con Biden sembrava costituire invece l’unica strada possibile per i dems). E per i democratici non sono solo i sondaggi a offrire ragione di ottimismo. Si è assistito a un boom di donazioni che continua ininterrotto; dopo l’uscita di scena di Biden, vi è stato una significativa crescita di registrazione elettorali di democratici, soprattutto giovani e minoranze, gruppi cruciali per un eventuale successo democratico in novembre. Vi è tra gli elettori democratici un entusiasmo palpabile che non si vedeva dalla candidatura di Obama nel 2008.
Come si spiega tutto ciò e quali sono le persistenti debolezze del ticket democratico, che rendono la partita ancora apertissima? Alcuni punti, in grande sintesi:
- A dispetto di tutto, la migliore risorsa elettorale per Harris e i democratici rimane Donald Trump stesso: le sue intemperanze, la sua indisciplina, il suo radicalismo, la sua volgarità. Dalla convention di Milwaukee in poi, l’ex Presidente è parso perdere reiteratamente la bussola. In Georgia, swing state appunto cruciale, è riuscito ad attaccare e offendere sia il popolare governatore repubblicano Brian Kemp sia la moglie (quando tutto dovrebbe fare per cercare di evitare di alienare un segmento elettorale – donne, conservatrici, suburbane – potenzialmente decisivo, in Georgia e altrove). Trump, a volte lo si dimentica, rimane figura divisiva, molto impopolare (per 538, il rapporto tra chi ne approva l’operato e chi lo critica è di 42-52) e mobilitante per tanti elettori democratici;
- I diritti delle donne sono tema vincente per i democratici, come indicano mille sondaggi su aborto o fecondazione assistita. E Harris può forse sfruttarli meglio di Biden, a maggior ragione se dalla controparte arrivano messaggi come quelli del vice di Trump, JD Vance, sulle donne “gattare” senza figli che non avrebbero a cuore il futuro del paese o proposte di ponderare il voto individuale, rendendolo più pesante a seconda del numero di figli dell’elettore/elettrice (commento, questo, del 2021, quando Vance si apprestava a entrare in politica);
- In una campagna a lungo centrata sull’età e presunta senilità di un candidato, Biden, d’improvviso la parte anziana e non sempre lucida è diventata quella repubblicana. E i comizi e le conferenze stampa spesso sconclusionati di Trump hanno finito per rafforzare l’idea che come Biden anche lui non abbia la lucidità e la fibra per poter credibilmente chiedere un mandato di quattro anni alla Casa Bianca;
- Secondo alcuni sondaggi, in particolare uno del Financial Times e della University of Michigan, Harris risulterebbe più affidabile di Trump anche su un tema, l’economia, che lo aveva visto sempre in vantaggio su Biden. E la campagna di Harris molto sta puntando su proposte – controlli dei prezzi di alcuni beni, agevolazioni fiscali per famiglie con figli, politiche per la casa, riduzione costi di medicinali essenziali – che sono sì in continuità con tante delle cose fatte da Biden, ma che intendono segnalare un cambiamento e un’accelerazione su temi, peraltro, che raccolgono talora il consenso trasversale degli elettori. Il calo dell’inflazione e la certezza di un taglio dei tassi da parte della FED in settembre aggiungono altri due elementi che potrebbero aiutare Harris e i democratici in novembre (anche se dubito il taglio sarà di mezzo punto, come sembrano pensare/sperare taluni e gli effetti elettorali, in un lasso di tempo assai breve tra la decisione e il voto, sono tutti da vedere).
E però ….
- Proprio i temi economici ci indicano una prima vulnerabilità di Harris. L’inflazione è stata riportata sotto controllo, sì, e la responsabilità della sua crescita – comune a tanta parte del mondo post-Covid e comunque inferiore negli Usa – difficilmente può essere attribuita all’amministrazione Biden. E però milioni di consumatori americani nel confrontare (comprensibilmente e legittimamente) i prezzi attuali di alcuni beni essenziali – alimentari ed energia su tutti – a quelli del gennaio 2021 vedono un aumento del 20/30%. Che si accompagna a quello dei tassi d’interesse e alla difficoltà per molti di pagare il mutuo o acquistare/affittare un immobile. Uno degli indicatori politici ed elettorali più significativi è sempre stato quello della fiducia dei consumatori. Che è un po’ cresciuto negli ultimi due anni ma rimane decisamente basso;
- L’immigrazione rimane tema vincente per i repubblicani, soprattutto se abbinato con quello – a sua volta storicamente mobilitante – della criminalità. Quest’ultima è in realtà scesa tra il 2021 e il 2023 per quasi tutte le forme di reati violenti e tornato a livelli più bassi rispetto agli anni della Presidenza Trump (oltre che lontanissimi dai picchi degli anni Novanta). La percezione è però diversa e a essa contribuiscono anche la difficoltà di alcuni grandi centri urbani a risollevarsi dalla crisi pandemica e l’oggettiva pressione dell’emergenza migratoria su alcune regioni e città;
- I sondaggi, infine, vanno valutati con attenzione e grande cautela. Da un lato, in un contesto di rigida polarizzazione e bassa mobilità, di opinioni e voti, le oscillazioni rimangono limitate. Nei tre stati cruciali del Midwest, ad esempio, il grande effetto Harris si sarebbe concretizzato in uno swing di appena 2 punti percentuali a suo favore, appena sufficienti per compensare quelli che aveva perso Biden. Dall’altro la storia recente offre un chiaro monito: nel 2016 Hillary Clinton aveva un vantaggio ben più ampio; nel 2020, il risultato finale di Trump fu assai migliore dei sondaggi, anche quelli fatti a ridosso del voto; nel 2008, in quella che è stata la vittoria più netta delle sei presidenziali del XXI secolo, Obama fu indietro nei sondaggi rispetto a McCain per buona parte di settembre;
- Anche perché, ultimo punto, Harris è stata finora tenuta sotto una campana. I suoi comizi sono stati molto incisivi e mobilitanti, ma non ha ancora fatto un’intervista che sia una e solo ieri ha iniziato a offrire dettagli di policy, nella fattispecie sull’economia, peraltro ancora assai vaghi e generici. Una scelta comprensibile, quella del suo staff, finalizzata a consolidarne la posizione nelle prime settimane di campagna fino alla convention di Chicago, ma indicativa anche di una debolezza potenziale, come sa chi ben ricorda la sua catastrofica campagna delle primarie del 2020 e la sua difficoltà nell’interagire efficacemente con interlocutori che la incalzano.
