La chiusura della convention di Chicago

È stato un discorso preciso, diligente e, nelle intenzioni, “presidenziale” quello con cui Kamala Harris ha accettato la nomination e chiuso i quattro giorni della convention democratica di Chicago. Meno lirico e trascinante di molti di quelli ascoltati nei giorni scorsi. Forse perché Harris non è oratrice abile quanto altri leader democratici che l’hanno preceduta. Forse perché questo le si chiedeva: di definirsi e presentarsi a un paese che ancora la conosce poco; e di mostrare perché può credibilmente chiedere di essere la prossima leader della principale potenza mondiale. Nel farlo, Harris non ha lesinato momenti di forte patriottismo: celebrazioni dell’eccezionalità di un paese validata proprio dalla sua di parabola – figlia d’immigrati, ben presto separati, espressione di una middle class di certo non privilegiata – così come da quella del suo vice Tim Walz. La presidenza è l’unica carica elettiva nazionale. Ogni quattro anni il paese si guarda allo specchio e decide in quali fattezze e in quale storia immedesimarsi. Harris e Walz scommettono che nel 2024 una maggioranza di americani sceglierà di identificarsi nella straordinaria normalità delle loro di storie, lontanissime tra di loro – la donna di colore figlia di accademici; l’uomo dell’America rurale e profonda, militare, insegnante e allenatore – eppure rappresentative dei mille e più tasselli, normali e per questo unici, che compongono il mosaico statunitense.

Al netto di non poche deficienze organizzative, la convention ha svolto il suo compito. Doveva alimentare quella ondata di entusiasmo generata dalla candidatura di Harris. Serviva per esibire l’unità e la coesione di un partito sulla carta più diviso di quello avversario, ormai pienamente schiacciato su Trump e la sua famiglia. Non poteva non tenere Donald Trump sotto i riflettori, che la paura di quel che potrebbe fare una volta tornato alla Casa Bianca è fattore mobilitante come non pochi per gli elettori, democratici e non solo. E aveva la funzione, appunto, di presentare Harris e di costruirvi attorno una narrazione che intreccia la sua biografia con la rivendicazione dei suoi successi, della sua competenza e, quindi, della sua “presidenzialità”.

Ora si entra in una fase nuova. La candidatura di Harris ha riaperto all’ultimo minuto utile una competizione che un mese fa – dopo il dibattito di Atlanta, l’attentato a Trump e la convention repubblicana di Milwaukee – sembrava già segnata. Tutto lascia presagire che sarà un testa a testa non dissimile da quelli del 2016 e del 2020. Nel quale i margini di errore per Harris saranno molto più stretti rispetto a quelli di Trump, cui da tempo tutto è concesso. La candidata democratica è stata finora protetta e accompagnata. Lei e il suo entourage si sono rivelati abili, al di là delle aspettative, nell’imporre compattezza al partito e nel generare un entusiasmo contagioso, manifestatosi anche nella impressionante crescita delle donazioni e in quella delle registrazioni elettorali, soprattutto in alcuni Stati cruciali come Arizona, Georgia e North Carolina. Harris deve però ora entrare maggiormente nei dettagli delle politiche che intende offrire al paese e trovare un equilibrio non semplice tra la sua promessa di cambiamento e la difesa obbligatoria dell’operato di un’amministrazione di cui fa parte dal 2021. E deve confrontarsi con una questione, la tragedia di Gaza, che i democratici hanno cercato di schivare in questi quattro giorni, ma che sappiamo rischia di riallontanare pezzi di elettorato, soprattutto giovani, che per quanto minoritari potrebbero essere decisivi in novembre.

Il Giornale di Brescia, 24 agosto 2024

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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