Una telefonata

Si sarebbero sentiti telefonicamente, Donald Trump e Vladimir Putin. E avrebbero discusso, ovviamente, di come porre termine alla guerra in Ucraina in corso ormai da quasi tre anni. Trump lo confessa a un giornale amico come il New York Post e da Mosca non si smentisce. Se fosse vero, non ci sarebbe da sorprendersi. È del tutto normale che vi siano canali di comunicazione anche in tempi di guerra e altamente probabile che questi abbiano operato pure con l’amministrazione Biden. Il salto di qualità starebbe qui nell’interazione diretta tra i leader dei due paesi. La valenza simbolica e il significato politico sono evidenti e apertamente ostentati da Trump. Che con le sue dichiarazioni al New York Post ambisce a comunicare diverse cose sia al pubblico, interno e internazionale, sia ad alcune specifiche figure politiche, il Presidente ucraino Volodymir Zelensky su tutte.

In primo luogo, Trump riafferma il suo ruolo centrale e indispensabile nel condurre i negoziati e imporre le condizioni necessarie alla pace. Ambisce cioè a usare anche il dossier ucraino per sostanziare, o almeno rendere più credibile, quella rivendicazione di forza e dinamismo che sta caratterizzando queste prime settimane di presidenza. Vi è molto di teatrale e “performativo” nell’agire di Trump, come evidenziano i tanti ordini esecutivi immediatamente bloccati dalle corti per la loro patente incostituzionalità o illegalità. Teatralità, questa, che si estende anche all’ambito della politica estera, tra roboanti dichiarazioni neo-imperiali, minacce, tariffe e sconcertanti proposte di pulizie etniche in Medio Oriente. Dove ovviamente non può mancare la guerra in Ucraina, cui Trump aveva promesso in campagna elettorale di porre termine in meno di 24 ore una volta insediatosi alla Casa Bianca.

La simbologia non si limita però alla sola magnificazione della forza e indispensabilità di Trump. Si estende anche alla rappresentazione trumpiana delle relazioni internazionali come un’arena brutale e anarchica, dove ogni attore cerca di massimizzare i propri interessi in un gioco strutturalmente a somma zero. Nella quale a condurre le danze sono solo le poche grandi potenze dell’ordine mondiale, in una logica di competizione neo-imperiale e di sfere d’influenza adattata al XXI secolo (in un passaggio insufficientemente notato del suo discorso d’insediamento, Trump ha esplicitamente prospettato una nuova fase di “espansione territoriale” degli Stati Uniti). E dove sono queste stesse potenze a gestire direttamente le crisi internazionali, se necessario sopra la testa degli altri attori direttamente o indirettamente coinvolti.

Nel caso specifico, terzo e ultimo aspetto, questi attori sono gli alleati europei degli Stati Uniti e, ovviamente l’Ucraina. In più occasioni, Trump e il suo vice J.D. Vance hanno mostrato di avere in poca o nulla simpatia e stima Zelensky (Vance lo ha recentemente accusato di pretendere di dire ai contribuenti americani come debbano essere utilizzate le loro tasse). La prospettiva deliberatamente esibita dal Presidente americano di una gestione bilaterale Russia-Usa del processo che porterà alla fine della guerra vuole anche sottolineare la sostanziale marginalità se non irrilevanza di Kiev: il suo destino di oggetto di decisioni che verranno prese appunto altrove. Il che ci aiuta a presumere che qualsiasi piano di pace immaginato oggi a Washington, e discusso con Mosca, poggi sull’assunto che debbano essere l’Ucraina e il suo Presidente sempre più debole a pagare il prezzo più alto.

Il Giornale di Brescia, 10 febbraio 2025

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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