Vi è un disegno statunitense per l’Ucraina ?

Appare a tutti gli effetti come la carta della disperazione quella calata da Volodymyr Zelens’kyj con la sua proposta di farsi da parte in cambio dell’ammissione dell’Ucraina nella NATO. Un’ipotesi, questa, che se aveva qualche chance – comunque assai tenue – prima dell’elezione di Trump, oggi appare definitivamente archiviata. La Russia la considera come pregiudizievole per qualsiasi ipotesi di compromesso; gli Usa non sono favorevoli, anche perché farebbe scattare gli obblighi dell’articolo 5 dell’Alleanza e le conseguenti garanzie a Kiev; gli europei non hanno certo la possibilità d’imporsi contro gli Usa dentro la NATO.

Zelens’kyj probabilmente sa che la sua esperienza politica sta volgendo al termine. Che questo è uno degli elementi su cui convergono Trump e Putin nel baratto che puntano a raggiungere. Si tratta però solo del tassello di un puzzle nel quale molti altri pezzi, piccoli e grandi, ancora mancano. I contorni generali del possibile accordo sono chiari: concessioni territoriali alla Russia; finanziamento della ricostruzione dell’Ucraina; garanzie securitarie esterne a quest’ultima che, non potendo essere né atlantiche né statunitensi, dovranno anch’esse provenire dall’Europa. Passare dal generale (e dagli auspici) al particolare (e al concreto) può però essere estremamente complicato. Come si definirebbero questi nuovi confini? Chi e come monitorerà il rispetto degli accordi? Che tipo di garanzia sarà data all’Ucraina e come riusciranno i paesi europei a farsene carico? Il revisionismo putiniano si fermerà qui o, con un’economia piegata alle esigenze della guerra, Mosca testerà l’Europa su altri fronti, dalla Moldavia-Transnistria ai baltici? Infine, si realizzerà davvero il progetto neocoloniale statunitense di sfruttamento delle risorse ucraine e Kiev cosa otterrà in cambio?

Gli incontri con Trump del Presidente francese Emmanuel Macron (ieri) e del premier britannico Keir Starmer (giovedì) difficilmente chiariranno il quadro o modificheranno le posizioni di Trump. Per quanto volubile e indisciplinato, il Presidente statunitense ha preso una posizione definita sulla guerra e non è più disponibile a continuare a sostenere militarmente ed economicamente l’Ucraina. L’opinione pubblica conservatrice statunitense è a larghissima maggioranza dalla parte del Presidente, convinta che gli Usa abbiano fatto (e speso) fin troppo, che la Cina sia avversario più pericoloso della Russia e che nel Vecchio Continente siano gli alleati europei degli Usa a doversi fare carico della sicurezza collettiva e dell’eventuale protezione di Kiev.

Proprio rispetto alle relazioni con Cina ed Europa si trova infatti la chiave per meglio comprendere l’accelerata di Trump rispetto all’Ucraina. Con la quale il Presidente spera di insinuare un cuneo in un asse, quello russo-cinese, assai più fragile di quanto non si creda, liberando al contempo risorse da spendersi nella politica di contenimento di Pechino. E che dovrebbe servire a forzare gli europei ad aumentare gli investimenti nella difesa, surrogando il disimpegno degli Usa nella Nato e rispetto al conflitto ucraino. Si tratta di un progetto ambizioso e spregiudicato, promosso con modalità ruvidamente unilaterali e sulla testa sia di Kiev sia dei partner europei di Washington. Ma si tratta anche di un progetto estremamente pericoloso, che rischia di assecondare e facilitare i progetti revisionisti russi in Europa, di alimentare divisioni e fratture in Europa o di spingere alcuni suoi attori verso quella Cina che – per Trump e per tutti i membri della sua squadra di politica estera, a partire dal Segretario di Stato, Marco Rubio – rappresenta il vero e unico rivale di potenza degli Usa oggi.

Il Giornale di Brescia, 25 febbraio 2025

Avatar di Mario Del Pero

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

Lascia un commento