Gaza-Dubai e il suo immaginario

C’è qualcosa di grottesco, osceno e al contempo tragico nel video di Gaza generato dall’intelligenza artificiale che Donald Trump ha prontamente rilanciato sui social. Una Gaza in stile Dubai, dove i dollari piovono dal cielo, imperversa l’oro- incluso quello di una gigante statua di Trump in perfetto stile Kim Il-Sung – Musk e Netanyahu si godono gli agi di potere e ricchezza. L’estetica è quella di una opulenza crassa e volgare: le ballerine che dimenano ventri e natiche, i soldi lanciati da Musk che cadono sulle teste di bimbi gioiosi, Trump e Netanyahu con i cocktails in mano a bordo piscina.

Ma vi è qualcos’altro, al di là di questa estetica così pacchiana e dozzinale? Vi sono degli obiettivi? I beni informati raccontano di un Trump totalmente catturato dall’idea di una Gaza bonificata, trasformata in profittevole località turistica, gestita direttamente dagli Stati Uniti. Dicono che questo progetto al tempo stesso scombiccherato negli obiettivi e violentissimo nei mezzi solleciterebbe gli istinti e i bassi scrupoli del Trump immobiliarista spregiudicato così come del Trump statistacinico e brutale.

È altamente probabile sia così. Per comprendere appieno il significato del video e della sua diffusione da parte della Casa Bianca è però necessario soffermarsi su tre altri elementi oltre alla psiche e alla personalità del Presidente. Il primo rimanda alla comunicazione e c’impone di mettere in relazione questo surreale rendering di Gaza-Dubai con le molte altre cose che l’amministrazione Trump sta cercando di fare. Se letto in questa chiave, il video assolve chiaramente alla funzione di arma di distrazione di massa. Tutti i media ne parlano, tutti noi ci indigniamo e nel mentre prosegue lo smantellamento di tante agenzie federali, l’epurazione di molti loro quadri e la “conquista” trumpiana di diverse strutture chiave, dal dipartimento della Giustizia all’FBI. Di fronte ai prodromi di quella che appare essere a tutti gli effetti una spaventevole torsione autoritaria degli Stati Uniti, l’importanza di squallide boutade come questa deve forse essere ridimensionata.

O forse no. Perché è comunque indicativa di una forma mentis se non di un vero e proprio progetto. Ideologia e politica, in aggiunta alla comunicazione, sono quindi gli altri due ambiti sui quali è necessario soffermarsi. L’ideologia è quella di un neocolonialismo in cui centrale è la dimensione razziale. È una Gaza svuotata e ripulita attraverso una vera e propria pulizia etnica, quella offerta in questo immaginario. Svuotata non solo delle sue macerie e rovine, ma anche della sua popolazione. Trasferibile ed espellibile, in quanto altra e inferiore. Ricchi e potenti uomini bianchi e occidentali – Trump, Netanyahu e Musk – bevono e pasteggiano in un mondo in cui i gazawi esistono al meglio come intrattenitori (le ballerine) o beneficiari della munificenza dei neo-coloni (i bimbi sulle cui teste cadono i dollari lanciati da Musk).

Il razzismo di questo immaginario neocoloniale è patente e finanche esibito. Come in fondo lo è la logica politica che vi sottostà. L’idea, cioè, che Gaza e, nel subtesto, la Cisgiordania siano terre di fatto vergini: perché chi vi risiede non ha alcuna vera ‘agency’ o diritto; perché il suo destino è di essere espulso da quelle terre per far spazio ai nuovi coloni. Come del resto sta avvenendo in Cisgiordania. Con il placito di un’amministrazione statunitense la cui nuova ambasciatrice alle Nazioni Unite, Elise Stefanik, durante la sua audizione al Senato ha affermato senza remore né vergogna di condividere l’idea che Israele abbia un “diritto biblico” a espandersi fino ad annettere l’intera Cisgiordania.

Il Giornale di Brescia, 28 febbraio 2025

Avatar di Mario Del Pero

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

Lascia un commento