Trump, Musk e la legge di bilancio

Mentre il Senato approva di misura, con il voto decisivo del vicepresidente Vance, la controversa legge di bilancio, si riaccende lo scontro tra Donald Trump e Elon Musk. La legge deve ora passare a un’ultima lettura alla Camera, dove il voto favorevole è probabile ma non certo. Al Senato hanno votato contro solo tre repubblicani e si allineano altri – il senatore Hawley del Missouri o la senatrice Murkowksi dell’Alaska – che avevano criticato duramente la legge e fino all’ultimo erano stati incerti. Convinti da alcune concessioni che gli sono state fatte (soprattutto Murkowski) e, anche, dalle esplicite minacce di Trump, che rischiano oggi di porre termine alla carriera di qualsiasi repubblicano dissenziente (uno dei tre contrari, il senatore Tillis della North Carolina, ha subito annunciato la sua decisione di non ricandidarsi).

Minacce, quelle di Trump, indirizzate anche a quelle figure pubbliche che osano criticare una legge destinata, da proiezioni, a far andare ulteriormente fuori controllo il debito e tagliare al contempo programmi di spesa assai popolari anche a destra, come quello della sanità pubblica Medicaid. Tra questi vi è appunto Elon Musk. Che prende di mira l’irresponsabilità di misure dall’impatto potenzialmente devastante per i conti pubblici. E che declina questa critica in termini antipolitici e anti-establishment: quando si tratta di spesa, ha dichiarato l’imprenditore in uno dei suoi numerosi tweet sull’argomento, “viviamo in un paese monopartitico”.

Trump risponde, al solito, con delle intimidazioni, minacciando di togliere finanziamenti e sussidi federali alle aziende di Musk e, addirittura, di valutare la revoca della cittadinanza del miliardario di origine sudafricana e la sua espulsione dal paese.

In questo scontro tra potere politico e potere economico – tra autocrazia e oligarchia – vi è poco di edificante e, per tutti noi, molto di preoccupante. Musk chiede libero mercato e stato minimo, ma è beneficiario primo di uno stato (anzi, di più stati, che vi è pure la Cina) pronti a finanziarne le attività e ad offrire molteplici incentivi affinché queste abbiano luogo sul loro territorio. E usa i suoi indiscussi risultati imprenditoriali per cercare di esercitare una crescente influenza sulla vita pubblica, giungendo a teorizzare apertamente – come altri tycoons delle nuove tecnologie –  che il successo economico gli garantisca il diritto di farlo: offrendo una visione politica post-democratica di governo dei pochi illuminati (e ultra-ricchi).

Trump gli risponde con la minaccia usare arbitrariamente il potere di cui oggi dispone. Di dispiegare discrezionalmente quella violenza di Stato di cui ha al momento il monopolio. Di sottoporlo al trattamento a cui sono già stati soggetti migliaia d’immigrati e di studenti: l’arresto e l’espulsione. All’oligarca, tecnocrate e post-democratico, si contrappone insomma il monarca, dispotico e autocratico, che esercita un potere assoluto privo di costrizioni legali e costituzionali.

Il pubblico, i cittadini che questo potere custodirebbero e incarnerebbero, assiste incredulo e partigiano. I sondaggi ci dicono che Musk è significativamente più impopolare di un Presidente come Trump, i cui tassi di consenso sono tra i più bassi di sempre nella storia recente degli Stati Uniti. Un presidente che in questo scontro può fare leva su uno strumento che mobilita la sua base nativista e che ha già usato con successo: denunciare l’avversario – con il suo accento bizzarro, la sua goffaggine relazionale e la sua cittadinanza acquisita – come un altro non-assimilabile e pericoloso. Come un immigrato che minaccia di “avvelenare il sangue dell’America”, per usare una formula utilizzata dal Presidente in alcuni suoi comizi. Come espressione di un pernicioso globalismo che minaccia sempre l’America e che solo Donald Trump può fermare.

Il Giornale di Brescia, 2 luglio 2025

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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