“La ghiacciaia di Seward”. Così taluni critici ribattezzarono l’Alaska, che gli Usa acquistarono dalla Russia nel 1867 dopo un negoziato condotto dall’allora Segretario di Stato, William Seward. Pagata 7.2 milioni di dollari – equivalenti a circa 155 milioni attuali, ampiamente ripagati grazie alle sue straordinarie risorse naturali – l’Alaska sembrava avere un relativo valore economico, anche se la sua potenziale importanza strategica era già compresa da molti. L’acquisto dell’Alaska costituiva un altro tassello di un’espansione imperiale che avrebbe segnato la storia statunitense nel XIX secolo. Seguiva quella di larga parte del sud-ovest statunitense attuale, conseguenza della guerra con il Messico del 1846-48; accompagnava quella di tante isole del Pacifico, talora ricche di un fondamentale fertilizzante naturale come il guano; anticipava l’espansione caraibica e transpacifica, con l’annessione delle Hawaii nel 1898 e, dopo la guerra con la Spagna nello stesso anno, di Portorico e delle Filippine.
Uno dei pochi territori statunitensi a essere stato invaso – durante la Seconda Guerra Mondiale truppe giapponesi occuparono per quasi un anno alcune delle sue isole aleutine – l’Alaska simboleggia e rappresenta molte cose diverse. È esempio di quella espansione territoriale che Trump è tornato a invocare come obiettivo di politica estera già nel suo discorso d’insediamento del gennaio scorso. Costituisce dimostrazione di quanto questa espansione possa giovare agli interessi statunitensi, come Trump rimarca nelle sue frequenti intemerate sulla necessità di annettere anche la Groenlandia (“in un modo o nell’altro”, ha affermato nel suo primo discorso al Congresso del 4 marzo scorso). Evidenzia il legame storico e quello geografico tra Stati Uniti e Russia. Nello stretto di Bering, che connette il mare Artico e quello Pacifico, la distanzia tra i territori russo e statunitense è inferiore ai 90 kilometri, che si riduce a meno di 5 kilometri tra le isole Diomede dei due paesi; durante la grande alleanza antifascista della Seconda Guerra Mondiale, parte dei fondamentali aiuti americani all’Unione Sovietica fu trasferita attraverso il famoso canale nord-occidentale, che passava dal Canada e dall’Alaska per giungere nella Siberia sovietica.
Sono una storia e una simbologia, queste, che ci aiutano anch’esse a comprendere la scelta dell’Alaska come teatro di questo summit bilaterale tra Russia e Stati Uniti. Vertice di grandi potenze artiche e pacifiche, tanto per Putin quanto per Trump. Vertice di attori superiori e imperiali che gestiscono e negoziano direttamente questioni che coinvolgono sì altri soggetti minori – dall’Ucraina ai paesi europei – ma rispetto alle quali questi hanno poca o nulla voce in capitolo. E vertice che si svolge in un luogo che unisce storicamente e fisicamente questi due grandi imperi: che ha rappresentato un medium di scambio (l’acquisto del 1867) e di collaborazione (la Seconda Guerra Mondiale, sì, ma anche le tante forme di partenariato scientifico tra Usa, Unione Sovietica e poi Russia sul mare di Bering). Una collaborazione che l’amministrazione Trump spera di poter rilanciare in un Artico allargato di cui fa parte anche l’Alaska, con una evidente funzione anticinese che costituisce anch’essa uno degli obiettivi strategici fondamentali di questa tentata distensione con la Russia di Vladimir Putin.
La simbologia nella politica e nelle relazioni internazionali è centrale e la sua importanza non deve mai essere sottostimata. E la scelta dell’Alaska come sede di questo summit Trump-Putin molto ci dice anch’essa della visione e degli obiettivi che muovono oggi sia la Russia sia gli Usa.
Il Giornale di Brescia, 13 agosto 2025
