Difficile immaginare uno scarto più marcato tra la potenza simbolica di un vertice come quello tra Trump e Putin e la pochezza di risultati sostanziali che esso sembra avere prodotto. La simbologia, intendiamoci, conta, nella politica e ancor più nelle relazioni internazionali. E quella di questo bilaterale è stata inequivoca, a partire dalla scelta del luogo, l’Alaska, in cui si è svolto. Trump ha disteso il tappeto rosso, in senso letterale e figurato, a Putin; facendolo ha esibito una volta ancora la sua visione quasi neo-imperiale, nella quale poche grandi potenze dialogano, si accordano e decidono, imponendo poi le loro scelte agli altri e costruendo un ordine internazionale fondato su sfere d’influenza ed equilibri conseguenti. Da parte russa si è cercato chiaramente di capitalizzare su tutto ciò, riproponendo l’idea di una co-gestione Usa-Russia delle questioni europee che si nutre di esplicite nostalgie (pensiamo solo alla felpa “CCCP” del Ministro degli Esteri, Lavrov), su tutte quella del bipolarismo della Guerra Fredda che Putin rimpiange e sogna di poter ripristinare.
Prima dell’incontro, Trump aveva parlato d’inevitabili scambi territoriali e prospettato misure punitive contro Mosca laddove essa non avesse accettato un immediato cessate il fuoco. Nulla sembra essersi però realizzato. Da un lato qualsiasi scambio ipotizzabile oggi è quello di territori ucraini contro territori ucraini, premiando quindi il paese aggressore e punendo quello aggredito. Dall’altro, a un credibile cessate il fuoco si può giungere solo alzando la soglia dei costi che la Russia è obbligata a sostenere per continuare la guerra: con una solida garanzia securitaria all’Ucraina che imporrebbe agli Usa di rilanciare il loro sostegno militare a Kiev o prospettando forme d’integrazione militare – atlantica, bilaterale o pan-europea – che non sembrano essere all’orizzonte; con il potenziamento di un sistema sanzionatorio nei confronti della Russia, e la sua estensione a soggetti terzi come Cina e India, che renda più incisivo quello che fino a oggi non ha sortito gli effetti previsti e auspicati.
Cosa ci lascia quindi questo vertice? Innanzitutto, la rilegittimazione della Russia come interlocutore necessario e finanche privilegiato di Washington. Solo per questo, il summit ha rappresentato un successo per Putin. Che ha ripagato Trump, sostenendo che con lui alla Casa Bianca nel 2022 la guerra non vi sarebbe stata e blandendolo con una leggenda che sappiamo essere particolarmente cara al Presidente americano: riproponendo la “grande bugia” dei brogli elettorali e della vittoria rubata a Trump nel 2020.
Fuori dai riflettori, ma di certo affrontata, è rimasta infine una questione potenzialmente centrale, anche nel condizionare l’evoluzione di questo dialogo: quella delle relazioni economiche tra i due paesi. Lo schema che pare guidare la politica estera di Trump è definito da alcune variabili essenziali e strettamente intrecciate: la volontà di contenere l’influenza globale della Cina; l’obiettivo di ridurre gli oneri e gli impegni statunitensi (come quelli prodotti dal sostegno all’Ucraina); il desiderio di capitalizzare economicamente su queste mediazioni diplomatiche, producendo un vantaggio per gli Usa, per alcuni interessi industriali o finanziari vicini all’amministrazione e per la stessa famiglia Trump.
Capiremo nei giorni e nelle settimane a venire se l’incontro di ieri ha davvero attivato un qualche processo negoziale o, se come da prima impressione, nulla sia mutato e si rimanga fermi alla situazione precedente il summit di Anchorage. Ma a questa ultima variabile economica sarà opportuno prestare grande attenzione.
Il Giornale di Brescia, 17 agosto 2025
