Un “corollario Trump” alla dottrina Monroe. Questo invocava la recente dottrina di sicurezza della seconda amministrazione Trump con un malcelato riferimento al corollario enunciato nel 1904 dall’allora Presidente Theodore Roosevelt. Nel quale si proclamava il diritto (e l’obbligo) per gli Usa d’intervenire, anche militarmente, negli affari interni dei paesi latino-americani, con una funzione di “polizia internazionale” quando le “violazioni croniche della legge, o un’impotenza che porta a un generale allentamento dei legami della società civilizzata, possono richiedere… l’intervento di qualche nazione civilizzata”.
Il corollario Trump (o la variante contemporanea del corollario Roosevelt) è stato di fatto applicato ieri, con l’operazione militare che ha portato alla deposizione e cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro. Quali sono gli obiettivi di questa azione? E quali i principi che l’hanno ispirata?
Tra i primi e i secondi sarebbe ingenuo includere l’impegno alla democratizzazione del Venezuela e il ripristino di libertà sistematicamente violate dal regime venezuelano. Su questo Trump è stato candido, come suo solito, nella sconclusionata conferenza stampa successiva all’operazione, durante la quale ha menzionato a più riprese l’importanza del petrolio venezuelano e la possibilità che truppe statunitensi vengano dispiegate per garantirne l’estrazione e facilitarne l’accelerata privatizzazione. Le risorse naturali e i lauti profitti che queste possono garantire a compagnie statunitensi che tornino a gestirle ci offre una prima, specifica spiegazione.
La seconda lettura che possiamo dare ha invece matrici geopolitiche. Trump ha più volte enfatizzato la necessità che gli Usa tornino a esercitare una piena egemonia nelle Americhe. Egemonia, questa, che richiede l’abbattimento di governi ostili (Venezuela e Cuba su tutti), il pieno sostegno a quelli amici e, più di tutto, il contenimento e l’inversione della penetrazione economica e diplomatica cinese nella regione. Maduro è stato a lungo sostenuto dai principali avversari degli Usa, Russia e Iran su tutti. Rovesciarlo e, presumibilmente, installare un regime filostatunitense altera in piccola parte gli equilibri di potenza regionali. Soprattutto, dà un segnale inequivoco a chi nella regione ancora s’illude di poter contestare le ambizioni neo-egemoniche statunitensi o di continuare a flirtare con l’avversario cinese.
La terza spiegazione rimanda invece alla politica interna statunitense. È dal Venezuela – e a causa della drammatica crisi politica ed economica che il paese vive da anni – che sono giunti negli Usa centinaia di migliaia di migranti e rifugiati (milioni sono quelli fuggiti nella vicina Colombia). Quelli, ben più del presunto narcotraffico guidato da Maduro, sono stati il fattore fondamentale che ha indotto Trump a prendere di mira il dittatore venezuelano, addirittura accusato con un ordine esecutivo di essere complice di un’invasione venezuelana degli Stati Uniti per il tramite di gang criminali al servizio del regime. Al futuro governo venezuelano si fa chiaro che l’efficace cooperazione su questo, sul controllo dei flussi migratori, rappresenterà la variabile fondamentale per il riconoscimento da parte di Washington. In parallelo, Trump ottiene un indubbio successo politico, capace sul breve periodo di bilanciare l’ostilità ampia e trasversale dell’opinione pubblica statunitense alla prospettiva, per il momento non concretizzatasi, di un protratto intervento militare statunitense.
Rimangono molteplici incognite. Gli Usa “guideranno” il Venezuela, ha dichiarato Trump, esplicitando crudamente la natura assai limitata della futura sovranità di Caracas e il suo dover sottostare alle indicazioni e agli eventuali diktat degli Usa. La stabilità, ben più che la democrazia, sarà quindi la priorità per Trump. La stabilità di un paese ora amico degli Usa e pronto ad accoglierne le richieste, a partire appunto dalla gestione delle sue risorse naturali. Primo tassello, nelle intenzioni dell’amministrazione repubblicano, di un domino regionale che potrebbe poi indirizzarsi a Cuba.
Il Giornale di Brescia, 4 gennaio 2026
