La Corte Suprema e i dazi di Trump

Era atteso, questo pronunciamento della Corte Suprema. E tutto ne lasciava presagire l’esito che conferma le decisioni di due corti federali – quella competente in materia di commercio internazionale e una d’appello –  sulla l’incostituzionalità dei dazi introdotti da Trump appellandosi a una legge del 1977 che autorizza il Presidente a utilizzare misure economiche straordinarie in risposta a un’emergenza nazionale. Misure che, dichiarano ora i giudici, non si estendono a dazi generalizzati, in patente violazione della Costituzione, che assegna al Congresso la competenza in materia.

Si tratta di una pesantissima sconfitta politica per Trump, che non a caso accusa di tradimento i giudici che hanno votato a favore della decisione, una metà dei quali (tre) di nomina repubblicana, due – Gorsuch e Barret – addirittura scelti da lui durante il suo primo mandato. Cercherà, e troverà, altri modi per imporre dazi che sono non solo funzionali a precisi obiettivi economici, ma veri e propri strumenti di politica estera con cui fare leva su un asset di potenza fondamentale di cui gli Usa dispongono – l’impareggiabile forza del loro mercato – per imporre le proprie condizioni anche su dossier altri da quelli commerciali. La gamma di strumenti di cui ora si discute non consente però quell’ampia discrezionalità utilizzata finora: limita, di molto, la possibilità di azione unilaterale dell’Esecutivo così centrale nella politica di Trump.

Nel suo primo, vero pronunciamento dall’insediamento di Trump 13 mesi fa, la Corte Suprema mette a nudo l’incostituzionalità di un’azione di governo fondata sul radicale accentramento di poteri nelle mani dell’Esecutivo. Nelle taglienti parole del parere di maggioranza, firmato dal presidente della Corte John Roberts, denuncia come “stravagante” la rivendicazione del “potere straordinario di imporre unilateralmente dazi doganali di importo, durata e portata illimitati” senza una chiara autorizzazione del Congresso. Espone, insomma, il sistematico tentativo di Trump di utilizzare legislazione emergenziale del passato, stravolgendone significato e contenuto, per creare una sorta di permanente stato d’eccezione.

Al contempo, la Corte mette implicitamente in discussione la narrazione politica egemone della seconda presidenza Trump: l’idea cioè di una sorte di onnipotenza di un Esecutivo non bilanciato ormai da nessun potere e capace di contestare la Costituzione anche in quegli ambiti –  il commercio internazionale è uno di questi – dove le sue indicazioni sono nette e inequivoche. Erano state finora le Corti inferiori – distrettuali e d’appello – a frapporsi all’iniziativa vieppiù spregiudicata e autoritaria della Presidenza. La Corte Suprema è a lungo rimasta ai margini, con interventi spesso ambigui e non risolutivi, che rimandavano le questioni di nuovo alle altre Corti, permettendo così all’amministrazione di guadagnare tempo e continuare le proprie politiche. Con questa decisione, evidenzia e magnifica invece il ruolo del potere giudiziario come freno e contrappeso principale alla radicale azione dell’esecutivo. Nel farlo, espone anche la debolezza di un’amministrazione sempre più impopolare e contestata (secondo numerosi sondaggi una larga maggioranza di americani, incluso circa un terzo dell’elettorato repubblicano, dà un giudizio critico dei dazi e auspicava questa decisione della Corte).

L’ultima considerazione è che questi dieci mesi trascorsi tra il primo annuncio dei dazi di Trump e oggi sono stati contraddistinti da un caos e una volatilità cui il pronunciamento della Corte Suprema non è destinato a porre termine, come Trump ha subito fatto chiaro nel commentarlo. Varie aziende hanno già chiesto il risarcimento dei costi incorsi a causa dei dazi; il resto del mondo – che in molti casi ha firmato degli accordi bilaterali con gli Usa – s’interroga incerto su quel che seguirà; per sfidare il potere giudiziario, Trump potrebbe rilanciare e raddoppiare. Caos e incertezza, questi, che bene non fanno, agli Usa, alla loro democrazia e alla stabilità dell’economia globale. Ma ai quali, con Donald Trump, ci siamo in una certa misura ormai assuefatti.

Il Giornale di Brescia, 21 febbraio 2026

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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