Stati dell’Unione

I discorsi sullo Stato dell’Unione non hanno più né il peso né la gravitas istituzionale di un tempo. Solo quindici anni fa ci si scandalizzava perché un rappresentante repubblicano urlava “bugiardo” all’allora Presidente Obama. Oggi – non solo, ma anche, per colpa di Trump – questa inciviltà istituzionale è quasi la norma. Al contempo, il Presidente ha molteplici canali per parlare quotidianamente al, e con il, paese, e ciò riduce tanto la solennità quanto l’importanza di un evento come l’annuale discorso presidenziale al Congresso.

Al netto di queste considerazioni, e nella consapevolezza che le parole di Trump saranno rapidamente archiviate, tre riflessioni possono essere fatte sul suo discorso.

La prima è che come spesso accade sono state le tematiche interne a farla da padrone. Di Ucraina, nel quarto anniversario dell’invasione russa, si è parlato poco o nulla. Laddove invece centrali sono risultati temi cari alla Destra repubblicana, immigrazione, criminalità e “guerre culturali” su tutti. Una volta di più, Trump ha dimostrato di voler cavalcare ed esasperare fratture e divisioni; di voler mobilitare e galvanizzare il suo elettorato più che di offrire un messaggio unitario e inclusivo; di puntare ad acuire la lacerante polarizzazione del paese invece che cercare in qualche modo di sanarla. Per farlo, non ha esitato a ricorrere agli insulti e a momenti di alta teatralità, funzionali a soddisfare la sua base MAGA e a preservarne un’unità oggi tutt’altro che scontata.

Centrale, in tutto ciò, è la prospettiva delle prossime elezioni di mid-term, che potrebbero consegnare ai democratici il controllo quantomeno della Camera dei Rappresentanti. Ecco, quindi, la magnificazione dei risultati ottenuti, con un utilizzo a dir poco disinvolto dei dati su crescita, occupazione e conti pubblici. Ecco, soprattutto, l’attacco alle presunte frodi che – ha affermato il Presidente – contraddistinguerebbero ormai le elezioni negli Usa, permettendo a milioni di persone di votare, senza averne diritto, per i suoi avversari (“le loro politiche sono così cattive” – ha sostenuto Trump riferendosi ai democratici “che il loro unico modo per farsi eleggere è barare”). Mille dati, studi, analisi, riconteggi evidenziano come ciò non sia vero. Mostrano, anzi, che i meccanismi attivati per permettere in primo luogo alle minoranze di votare funzionano solo in parte: la percentuale di bianchi che si sono recati alle urne alle ultime elezioni del 2024, poco più del 70% degli aventi diritto, è stata del 10% superiore a quella degli afroamericani e addirittura del 20% rispetto agli ispanici. Poter votare in anticipo o per corrispondenza è spesso l’unico modo per molti di poter esercitare un proprio diritto fondamentale. Il messaggio del Presidente è però chiaro e funzionale a cercare di influenzare le condizioni in cui si svolgerà il voto del prossimo novembre.

Terzo e ultimo: la politica estera. Marginale, si diceva. Ma con una parte del discorso tutta centrata sulla necessità di rispondere alla minaccia rappresentata dall’Iran. Nella quale non si è detto nulla di nuovo rispetto alle tante dichiarazioni delle ultime settimane, se non ribadire la disponibilità a colpire nuovamente l’Iran con attacchi mirati come si è fatto il giugno scorso. Per impedire lo sviluppo del nucleare militare iraniano, ha detto il Presidente. Ovvero per danneggiare una capacità missilistica che potrebbe prendere di mira la stessa Europa (nell’unico riferimento al Vecchio Continente, rappresentato peraltro come oggetto da proteggere e non come soggetto protagonista delle relazioni internazionali). Esempio – il riferimento all’Iran – di una visione solipsistica e unilaterale delle relazioni internazionali, dove gli Usa agiscono in perfetta solitudine, deux ex machina di un ordine di cui definiscono regole, pratiche e interessi.

Il Giornale di Brescia, 26 febbraio 2026

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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