Unconditional surrender: una “resa incondizionata”. È quello che ha chiesto Donald Trump al regime iraniano. Riecheggiando uno slogan che ha una tradizione antica nella retorica bellica statunitense. Fu una “resa incondizionata” quella che durante la guerra civile l’ultimo comandante dell’esercito dell’Unione e futuro Presidente, Ulysses S. Grant, imponeva alle forze sudiste (l’acronimo del suo nome, U.S., lo divenne anche per la formula dell’unconditional surrender). Così come una resa senza condizioni fu chiesta alla Germania nazista e al Giappone durante il secondo conflitto mondiale.
Gli storici vi hanno intravisto l’esempio di un “modo” specificamente americano di fare la guerra. Fondato sul rifiuto del riconoscimento della legittimità dell’avversario e su una rappresentazione di sé stessi come una potenza eccezionale e diversa, esentata dalle regole, incluse quelle che cercano di normare la conduzione delle operazioni militari.
È difficile contestare i termini della capitolazione imposta a una Germania nazista intenta, nelle ultime fasi del conflitto, a cercare di negoziare una sconfitta sul fronte occidentale che le permettesse di concentrare forze e impegno su quello orientale, contro l’esercito sovietico che avanzava. Più facile, forse, farlo per la guerra con il Giappone, chiusasi con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Giappone che aveva però condotto una campagna disumana sul Pacifico, evidenziata da tanti indicatori, su tutti l’elevatissimo tasso di mortalità dei suoi prigionieri di guerra, spesso utilizzati come forza lavoro schiavizzata.
Al di là delle specifiche letture della storia, recente e lontana, la “resa incondizionata” rifletti assunti strategici e produce effetti politici e diplomatici a dir poco problematici. Il primo è che toglie alla guerra la sua funzione storica fondamentale: quella di essere un mezzo al servizio di un fine, uno strumento nelle mani ultime della politica (di cui – scrisse von Clausewitz in una massima tanto citata quanto spesso fraintesa – era in fondo la “prosecuzione”). La resa senza condizioni poggia sul presupposto che questo mezzo non possa contemplare esito intermedio alcuno tra la capitolazione totale dell’avversario e il fallimento. Di fatti, rappresenta quindi la morte della politica, ché ogni guerra – anche la più terribile – dovrebbe essere sempre accompagnata da un’interazione tra gli attori coinvolti: da forme di comunicazione indispensabili alla gestione del conflitto e alla preparazione di quel che ne seguirà; dalla disponibilità al compromesso. Nella resa incondizionata scompare la dialettica, che rimane l’essenza della politica e della diplomazia: l’avversario, in quanto illegittimo, può solo piegarsi e cessare di esistere. E questo, secondo punto, spinge ovviamente tale avversario a ritardare sino all’ultimo la sua capitolazione. Ad accettare costi e sofferenze inimmaginabili, non avendo alcun incentivo negoziale per evitarla, combattendo in ultimo per sopravvivere, non per ottenere una sconfitta dignitosa di cui negoziare i termini.
Le parole di Trump o quelle, ancor più estreme del suo Segretario della Guerra Pete Hegseth – secondo il quale “gli unici a doversi preoccupare” sarebbero oggi “quegli iraniani che pensano di poter vivere” – esprimono in forma quasi macchiettistica una postura marziale fondata sulla ostentazione sistematica di crudeltà e virilità. Lette in filigrana, riflettono però tutti i limiti dell’operazione militare lanciata contro l’Iran. Nella quale la retorica della “resa incondizionata” lungi dal conferire credibilità e contenuti all’offensiva ne evidenzia l’inconsistenza strategica, la mancata individuazione di obiettivi precisi e realistici, e, infine, l’incapacità di definire una fine (o una via d’uscita, in caso di difficoltà) che non sia appunto la totale capitolazione dell’avversario. Al quale, quindi, basta in teoria sopravvivere per vincere; non perdere per prevalere. Come fu in una certa misura per i talebani in Afghanistan o le milizie antistatunitensi in Iraq. Anche perché il contraltare della “resa incondizionata” è proprio quella guerra illimitata dalla quale Trump aveva promesso finalmente l’uscita.
Il Giornale di Brescia, 8 marzo 2026
