Joe Biden ha subito chiesto a Netanyahu di evitare una rappresaglia per l’attacco portato dall’Iran a Israele. Ad accontentarsi dell’ennesima dimostrazione di forza del sistema difensivo israeliano – aiutato in questo caso da Usa, Regno Unito e Francia – che evidenzia, se mai ve ne fosse ancora bisogno, la persistente e marcata asimmetria di potenza a favore d’Israele in Medio Oriente. Non sappiamo se il premier israeliano sottostarà alle pressioni di Washington. È lecito dubitarne. Netanyahu una guerra con l’Iran pare quasi volerla cercare: nel convincimento che Teheran costituisca una minaccia esistenziale per la sicurezza dello stato ebraico; nella cinica consapevolezza dei vantaggi politici che ne deriverebbero, sul piano interno e su quello internazionale, con gli Usa costretti a quel punto a schierarsi a fianco dell’alleato israeliano.
E proprio questo nuovo capitolo dei conflitti mediorientali evidenzia il sostanziale fallimento della risposta di Biden alla crisi apertasi con l’orrore del 7 ottobre. Una risposta inizialmente fondata su tre pilastri e obiettivi principali. Il primo era quello di appoggiare e aiutare la reazione israeliana, contenendone però portata e durata, e sperando che fosse progressivamente propedeutica all’uscita di scena dei due principali ostacoli a qualsiasi rilancio di un nuovo, complicatissimo negoziato israelo-palestinese: Netanyahu e Hamas. Perché il secondo obiettivo era proprio quello di sfruttare la crisi per cercare di far ripartire un qualche dialogo, coinvolgendo un ampio fronte arabo e cercando di rilegittimare l’Autorità Nazionale Palestinese. Il terzo e ultimo pilastro, oltre che la precondizione essenziale per il raggiungimento dei primi due, era infine evitare una escalation regionale che rischiava di trascinare gli Stati Uniti in un altro fronte di guerra. Sullo sfondo, ma destinata a manifestarsi con forza crescente, sarebbe poi emersa una imprescindibile necessità: quella di contenere gli effetti politico-elettorali interni di una posizione che, se troppo schiacciata su quella d’Israele, rischiava di alienare un pezzo consistente dell’elettorato democratico fattosi negli ultimi anni vieppiù critico nei confronti di Tel Aviv.
Sei mesi più tardi possiamo dire che questi obiettivi non sono stati raggiunti e che tra gli sconfitti di questa crisi vi sia finora anche l’amministrazione Biden. Che è stata incapace di prevenire o quantomeno limitare la reazione deliberatamente sproporzionata d’Israele e la catastrofe umanitaria che essa ha provocato a Gaza. Che non è riuscita in alcun modo a far ripartire un processo negoziale ormai sempre più velleitario e irrealistico. Che ha visto crescere il malcontento di molti suoi elettori, con il rischio concreto di defezioni che potrebbero risultare decisive alle presidenziali in novembre. Che non riesce nemmeno a impedire o sanzionare le violenze dei coloni israeliani in Cisgiordania. E che ora si confronta con il rischio serio che la situazione vada fuori controllo e s’inneschi una pericolosissima escalation militare nella regione.
Tante delle responsabilità sono di Netanyahu e del suo gabinetto di guerra, ci mancherebbe. E il compito, per Biden, è davvero improbo, anche sul piano interno, con molti elettori del suo partito che simpatizzano ormai più per la causa palestinese e una rappresentanza politica al Congresso dove permane invece un solido blocco bipartisan pro-Israele. E però il compito dell’egemone dell’ordine globale – e gli Usa ancora lo sono – è quello di preservare ordine e disciplina, proteggendo sì gli alleati, ma anche contenendone e se necessario sanzionandone gli eccessi. Cosa che con Israele – ovvero con Netanyahu – questa amministrazione non è riuscita in ultimo a fare.
Il Giornale di Brescia, 15 aprile 2024
