A 25 giorni dal voto

Mancano ormai pochi giorni al 5 novembre, quando gli americani sceglieranno il (o la) loro Presidente, oltre a tutta una serie di altre cariche (Senatori e Rappresentanti, federali e statali), di ovvia minore importanza, ma tutt’altro che irrilevanti. Sarà molto difficile per i democratici mantenere il controllo del Senato, chiamati come sono a difendere seggi molti complicati, mentre maggiori sono le loro possibilità di riconquistare la Camera. Quanto alla Presidenza, i sondaggi ci indicano una situazione di virtuale parità, con oscillazioni limitatissime e differenze percentuali – a vantaggio di Harris o Trump – che stanno entro i margini di errore.

Con un sistema anacronistico come quello del Collegio Elettorale, tutto si giocherà in pochissimi stati, appena sette sui cinquanta della federazione. Questi famosi sette swing states sono a loro volta scomponibili in tre grandi aree: il Midwest de-industrializzato (Wisconsin, Michigan e Pennsylvania); un pezzo di sud economicamente più dinamico (North Carolina e Georgia); e un sud-ovest (Arizona e Nevada) caratterizzato da alcune peculiarità distintive, su tutte la forte concentrazione della popolazione in alcuni grandi agglomerati metropolitani e suburbani (in Arizona vi sono 15 contee, ma in quella  di Maricopa, dove sta Phoenix, risiede più del 60% della popolazione; in Nevada le contee sono 17, ma in quella di Clark – dove sta Las Vegas – vive addirittura il 75% dei residenti dello Stato).

Sono, la densità abitativa e la concentrazione della popolazione, due tra i parametri più importanti per misurare e prevedere le scelte degli elettori. La difformità tra come votano le aree metropolitane/suburbane e quelle exurbane/rurali si è ampliata in modo radicale negli ultimi decenni, con le prime sempre più democratiche e le seconde, invece, repubblicane. Assieme a questo, altri tre indicatori sono fondamentali: istruzione, razza e genere (molto meno importanti sono invece reddito od occupazione). Chiaramente sovrarappresentati tra gli elettori di Trump sono i maschi, bianchi con bassi livelli di istruzione (nel 2020 questo segmento della popolazione, corrispondente più o meno al 20% dell’elettorato attivo, andò circa 70 a 25 a Trump). Come sovrappresentate tra chi voterà Harris sono le donne: alcuni sondaggi indicano addirittura uno scarto di 35/40 punti, con Trump destinato a vincere 60 a 40 tra gli elettori e uno rapporto simile a favore di Harris tra le elettrici.

I sondaggi, si diceva, lasciano presagire un serratissimo testa a testa. Trump rimane lievemente favorito. Harris è riuscita a rimettere in carreggiata una competizione che, con Biden, era ormai persa. L’entusiasmo generato dalla sua candidatura pare però essersi progressivamente esaurito. Forse, nel contesto iper-polarizzato odierno, vi era un tetto fisiologico oltre il quale non poteva spingersi. O forse si stanno manifestando delle fragilità sia della candidata sia della leadership del suo partito. La prima fatica quando chiamata a confrontarsi con contenuti di temi, soprattutto economici, che non pare maneggiare bene e con competenza. Il secondo non è riuscito in questi mesi a offrire una risposta coerente e coraggiosa a quel pezzo di suo elettorato che ne critica l’inazione rispetto alla tragedia di Gaza.

Le simulazioni che si fanno sui sette swing states sono plurime ed è anche credibile una vittoria molto di misura, magari un 270 a 268, laddove Harris, come indicano alcuni sondaggi, dovesse vincere solo i tre stati del Midwest a cui si aggiungerebbe un grande elettore del Nebraska (unico Stato, assieme al Maine, che adotta un sistema differente). In questa grande incertezza, di una cosa possiamo essere sicuri: che ci vorrà del tempo, una volta chiuse le urne, per avere risultati sicuri, con regole di voto diverse, che variano da stato a stato, e conteggi complessi, destinati quasi inevitabilmente a essere contestati.

Il Giornale di Brescia, 11 ottobre 2024

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

2 comments

  1. “molto meno importanti sono invece reddito od occupazione”

    Saprebbe indicarmi un riferimento per questa affermazione? Mi sembra convincente ma ho letto altri scrivere diversamente quindi mi piacerebbe vedere dei dati se possibile, grazie

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