Ripartono un’altra volta i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Con Washington che cerca di aumentare la pressione e con le minacce di Trump di colpire a tappeto le infrastrutture iraniane oltre che di usare senza remore la forza militare contro quelle imbarcazioni di Teheran che dovessero cercare di forzare il blocco di Hormuz.
Le posizioni negoziali rimangono distantissime e si fatica davvero a intravedere un loro punto di caduta: un elemento che possa indurre Iran e Stati Uniti a trovare un compromesso. Vi sono, quelle sì, spinte interne ai due paesi per porre termine al conflitto. L’Iran ha visto confermata tutta la sua vulnerabilità ai devastanti attacchi israeliani e statunitensi; non è stato in grado nemmeno di proteggere i suoi leader, figuriamoci la sua popolazione. Ulteriori bombardamenti sulle sue infrastrutture civili e industriali esporrebbero ancor più questa vulnerabilità. Non sappiamo se ciò indebolirebbe il regime o se invece, come è accaduto finora, ne rafforzerebbe le frange più radicali e inflessibili. Di certo, però, ridurrebbe le capacità industriali e militari di un attore, a volte lo si dimentica, strutturalmente inferiore ai suoi avversari.
Questi incentivi interni ad accettare un compromesso basato su inevitabili concessioni sono però ancora più marcati nel caso degli Stati Uniti. La capacità iraniana di socializzare, regionalmente e globalmente, i costi del conflitto ha colto di sorpresa l’amministrazione Trump. E ha generato un crescente incentivo economico, politico ed elettorale a porre termine a un conflitto impopolare negli Usa, che contribuisce a una nuova fiammata inflazionistica (il dato di marzo è un +3.3% su scala annua, il mese prima era del 2.4), allontanando la prospettiva di nuovi tagli dei tassi da parte della FED. In un anno elettorale, con il midterm di novembre alle porte, tutto ciò ha creato una situazione quasi insostenibile per la Casa Bianca.
Posto, quindi, che entrambe le parti hanno un forte incentivo a fare delle concessioni, quali potrebbero essere? E che tipo di accordo possiamo immaginare?
Un accordo parziale e fragile, innanzitutto, ché è oggettivamente irrealistico credere si possa giungere a qualcosa di più strutturale e duraturo. E un accordo nel quale non mancano opacità e aspetti irrisolti, come è quasi sempre in questi casi. Basato su una soluzione parziale e incompleta (e pertanto tollerabile) di quattro questioni nodali. La prima è rappresentata dal programma nucleare iraniano. Non è immaginabile che Teheran accetti di mettervi fine; è invece possibile una sua gestione simile a quella prefigurata nell’accordo del 2015, poi abbandonato da Trump durante la sua prima amministrazione, che fissava limiti severi al livello di arricchimento dell’uranio e prevedeva un monitoraggio costante e invasivo da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). Limiti che potrebbero avere una durata medio-lunga – 10/15 anni – prima che si torni a discutere di una loro possibile revisione. La seconda questione è rappresentata dallo stretto intreccio tra sanzioni e richieste di riparazioni. Nei dieci punti presentati dall’Iran si chiede esplicitamente un risarcimento per le distruzioni causate dalla guerra. Una richiesta più che velleitaria, questa. Che potrebbe essere però compensata da un impegno statunitense a rimuovere gradualmente sanzioni primarie e secondarie (come previsto, nuovamente, già dall’accordo del 2015). Il terzo punto riguarda la piena riapertura di Hormuz, condizione non negoziabile e in quanto tale importante carta negoziale per l’Iran. Quarto e ultimo, un qualche impegno iraniano a lasciare al loro destino le tante forze regionali – da Hezbollah agli Houti – che Teheran ha sostenuto e foraggiato in questi anni: ad abbandonare, cioè, quell’“asse della resistenza” che avrebbe dovuto costituire il suo sistema di difesa avanzato in Medio Oriente.
Molte altre richieste iraniane – dal ritiro delle forze statunitensi dal Medio Oriente al coinvolgimento delle Nazioni Unite nel monitoraggio dell’accordo – sono semplicemente inverosimili. Come lo è, oggi, la volontà statunitense e israeliana di far crollare il regime iraniano o d’infliggergli una sconfitta assoluta e definitiva.
Il Giornale di Brescia, 21 aprile 2026
