Fonti affidabili fanno sapere di un altro, teso scambio telefonico tra Donald Trump e Bibi Netanyahu. Durante il quale il Presidente statunitense avrebbe usato parole molto dure, accusando (correttamente) Netanyahu di sabotare i negoziati in Iran con la sua ennesima escalation militare in Libano. Nelle stesse ore, in un’apposita sessione, quattordici dei quindici membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciavano con severità l’azione militare israeliana in Libano (il vice rappresentante britannico all’Onu, James Kariuki, l’ha definita “sconsiderata e sproporzionata”). Solo gli Usa hanno difeso Israele.
Le due vicende, collegate, evidenziano l’isolamento ormai completo d’Israele e le crescenti difficoltà nella sua relazione speciale con gli Stati Uniti. Il governo di Netanyahu ha scelto la via della violenza, dispiegata in modo assoluto e senza remore, come unica soluzione per garantire la propria sicurezza. Violenza offensiva, non solo per eliminare i suoi nemici esistenziali, responsabili del terribile massacro del 7 ottobre 2023, ma per alterare in modo duraturo e, negli auspici, permanente il contesto mediorientale. Per risolvere una volta per tutta la questione palestinese – con l’annessione della Cisgiordania, la distruzione e poi l’occupazione di larga parte di Gaza, l’espulsione di una parte consistente della popolazione della Striscia – e per colpire duramente l’Iran, con l’obiettivo ultimo di abbatterne il regime. Da queste azioni dovrebbe sorgere una Grande Israele, egemone nella regione, beneficiaria di un primato militare incontestabile grazie all’alleanza con gli Usa. Un soggetto quasi imperiale, non costretto nelle sue azioni da vincoli legali o costrizioni etiche, concepite come segno di debolezza e comunque non applicabili a soggetti considerati inferiori come i palestinesi. Una miscela radicale d’imperialismo, violenza e suprematismo che isola, però, sempre più Israele.
Trump ha seguito Netanyahu in questo abisso. Perché ne condivideva alcuni assunti strategici su un Medio Oriente dove si sarebbe dovuta ridurre radicalmente l’influenza dell’Iran e gli stati del Golfo si sarebbero accontentati di essere hub tecnologici e criptovalutari. E perché ben rappresentate nella sua amministrazione, così come nella maggioranza repubblicana al Congresso, sono figure di quell’alleanza tra le due destre radicali, israeliana e statunitense, trasformatasi negli ultimi anni in una sorta di blocco organico all’interno del quale operano, a Washington come a Tel Aviv, gli stessi politici, consulenti, esperti e donatori.
Combinandosi con l’anno elettorale in corso, il fiasco dell’azione militare in Iran ha però modificato questo stato di cose. Trump ha ora bisogno di una qualche via d’uscita da un conflitto i cui costi sono stati rapidamente socializzati su scala globale. Hormuz deve essere riaperto, con il costo della benzina cresciuto negli Usa di quasi il 50% rispetto a un anno fa; con un’opinione pubblica sempre più critica nei confronti di Israele e disposta, come non mai nell’ultimo mezzo secolo, a mettere in discussione la politica di aiuti e il sostegno militare allo stato ebraico; e con un Congresso che si avvia al voto per l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato. Dove sostenere acriticamente Israele può costare sempre di più in termini di consenso e voti. E dove, in caso di riconquista democratica di almeno una delle due Camere, si aprirà una stagione d’inchieste su tante iniziative controverse di questo anno e mezzo di amministrazione Trump così come sugli affari torbidi della famiglia del Presidente, e alcuni repubblicani avranno interesse a distanziarsi finalmente da Trump. Che oggi urla a Netanyahu, e fa in modo che lo si sappia, per cercare di uscire dall’angolo in cui si trova.
Il Giornale di Brescia, 3 giugno 2026
