Sull’accordo tra Iran e Stati Uniti

Come ampiamente previsto, l’“accordo” tra Iran e Stati Uniti tale davvero non è. È una traccia – un memorandum d’intesa, appunto – che lascia irrisolte questioni nodali, delegate a futuri, complessi negoziati. Il suo significato rimane nondimeno rilevante; come rilevanti sono le tante incognite rispetto al possibile raggiungimento degli obiettivi delle due parti.

Il significato, innanzitutto. Che è, per semplificare, quello di un successo iraniano. Teheran ha utilizzato e sfruttato una carta che la guerra stessa le ha offerto: il controllo di un collo di bottiglia fondamentale per l’economia globale come Hormuz e la possibilità conseguente di socializzare globalmente i costi del conflitto. Portando questi costi direttamente nelle tasche degli americani, per giunta in un anno elettorale, ha messo la controparte in un angolo. Ed è infine stata in grado di forzare un’intesa che, pur nei suoi termini assai futuribili, sembra realizzare molti dei suoi obiettivi: la graduale rimozione delle sanzioni; lo scongelamento degli ingenti beni bloccati all’estero; il finanziamento della sua ricostruzione; la fine delle ostilità, anche in Libano; l’assenza di qualsivoglia riferimento al suo arsenale missilistico. Trump ottiene quello di cui più abbisogna ora: la riapertura di Hormuz e l’impatto che questa, e le aspettative che ne conseguono, avranno sui prezzi. Con l’inflazione passata dal 2.4% di febbraio al 4.2% di maggio, il malumore e la sfiducia degli elettori statunitensi è elevatissima; e la FED, anche con un nuovo Presidente più allineato alle volontà trumpiane di quanto non fosse Powell, non solo non può realizzare la promessa di tagliare i tassi, ma è obbligata a considerare addirittura un loro aumento per rispondere a questa nuova fiammata inflazionistica. In parallelo, ne esce duramente minata la credibilità degli Usa e del loro potere militare. Con cui non si è riusciti né a piegare l’Iran né a garantire la difesa degli alleati nel Golfo, sorprendentemente esposti – a partire dagli Emirati – alle pesanti rappresaglie iraniane e costretti oggi a cercare meccanismi altri di deterrenza e protezione che non siano quelli offerti dall’alleanza con gli Stati Uniti.

Le incognite, si diceva, sono però molte e rendono l’accordo intrinsecamente fragile. La prima è relativa a quel che farà il grande sconfitto di questa guerra ossia Israele. Che ha cercato in ogni modo di sabotare i negoziati. E che molto continuerà a fare in tal senso nei giorni e nelle settimane a venire, di concerto con i tanti alleati che la Destra israeliana ha al Congresso e nella stessa amministrazione.

La seconda incognita rimanda di nuovo all’Iran. Che esce sì vincitore. Ma di cui questa guerra ha mostrato l’evidente vulnerabilità agli attacchi di attori militarmente superiori come Usa e Israele. Le sue infrastrutture militari e civili sono state duramente colpite; la sua leadership in parte decapitata. Teheran ha retto l’urto e manifestato una sorprendente capacità di rappresaglia. Si preparava da tempo a un conflitto di questo tipo e, forse, è riuscita a piegarlo a proprio vantaggio. Non sappiamo però quali dinamiche politiche siano state attivate da questa guerra, in un regime e una società complessi e articolati come quelli iraniani. E se, come pare, il controllo del potere è ora nelle mani dell’ala più dura e oltranzista del regime, vi è il rischio elevato che manchi la volontà e la capacità politica di accettare quei compromessi indispensabili per trasformare il memorandum in un vero e proprio accordo.

E questo ci porta alla terza e ultima incognita, quella legata appunto alla estrema vaghezza dei termini di quanto negoziato. Dalla tempistica della rimozione delle sanzioni ai termini dello scongelamento dei beni iraniani fino alla gestione dell’uranio arricchito di Teheran, si delinea un percorso complesso di cui non si specificano però con precisione i contenuti. Entrambe le parti interpreteranno a loro vantaggio tale vaghezza; con il rischio assai concreto che ciò generi divergenze e incomprensioni, e con la possibilità sempre latente di una ripresa delle ostilità.

Il Giornale di Brescia, 19.6.2026

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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