A 25 anni dall’11 settembre

25 anni dagli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Un quarto di secolo da quello che pochi, all’epoca, dubitarono fosse un evento epocale: uno spartiacque della nostra contemporaneità. Per certi aspetti lo è stato, anche se in forme diverse da quelle immaginate e preconizzate allora. Non vi sono stati conflitti di civiltà, per quanto forte sia oggi un razzismo anti-mussulmano alimentato più dagli effetti dei flussi migratori che dalla minaccia del terrorismo o dall’orrore verso regimi, come quello dei talebani in Afghanistan, ai quali dedichiamo ormai poca o nulla attenzione. E per quanto il terrorismo abbia colpito ancora, e drammaticamente, soprattutto in Europa, la sua minaccia appare oggi meno rilevante a fronte del ritorno di forme di conflitti interstatuali che, almeno nel Vecchio Continente, non si vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale.

L’impatto di quegli attentati e di ciò che è seguito è stato però potente e trasformativo: negli Stati Uniti e, di riflesso, sull’ordine globale. La risposta all’amministrazione Bush si articolò lungo due direttrici fondamentali, nelle quali centrale era lo strumento rappresentato dalla violenza e della impareggiabile capacità degli Usa di dispiegarla. Da un lato si lanciarono guerre – prima in Afghanistan e poi in Iraq – finalizzate a colpire i nemici, ad abbatterne i regimi, a catalizzare processi di modernizzazione socio-economica e politica, oltre che a dare un segnale a chiunque pensasse di sottrarsi a una precisa scelta di campo nella “guerra globale al terrore” di Washington. Dall’altro si utilizzarono, e giustificarono, metodi di azione che facevano strame sia del diritto internazionale sia di qualsivoglia etica politica: arresti arbitrari, uso della tortura, il carcere speciale di Guantanamo, l’uso aggressivo, e spesso senza costrizioni legali, dell’intelligence nei confronti di cittadini statunitensi e non. Una vera e propria notte della ragione, questa, a cui pensammo il tempo potesse porre rimedio e che invece pare essersi progressivamente incistata nel corpo, anziano e malato, della democrazia statunitense. Il tutto in un quadro in cui s’invocavano, e in una certa misura internalizzavano, doppi standard in virtù dei quali quel che doveva valere per gli altri non valeva più per sé stessi; dove si rivendicava la possibilità e finanche il diritto di agire unilateralmente, in spregio alla legalità.

Le guerre americane post-11 settembre si risolsero in fallimenti eclatanti; gli storici oggi le considerano tra i maggiori fiaschi nella storia della politica estera degli Stati Uniti. E alimentarono negli Usa una crescente ostilità all’interventismo militare: all’uso dello strumento bellico per raggiungere obiettivi politici. Per la sua inefficacia; per i costi per il paese e per i suoi contribuenti; e perché si riteneva che quel mondo che si voleva plasmare e trasformare, fosse in realtà irredimibile e non meritevole di tale “generoso” impegno statunitense. Lo vediamo anche nell’attuale guerra con l’Iran, forse la sola nella storia nel paese nella quale non c’è stato alcun effetto patriottico, di “raccoglimento attorno alla bandiera”, nemmeno nella sua fase iniziale.

Politicamente trasversale, questo anti-interventismo si è però intrecciato con un’ampia approvazione degli standard duali rivendicati dagli Usa e con la grammatica radicalmente nazionalista che vi sottostà. Persino sotto Obama, nelle due dottrine di sicurezza elaborate durante le sue Presidenze nel 2010 e nel 2015, fu sottolineata la possibilità, per gli Usa, di operare unilateralmente e fuori dalla cornice del diritto internazionale. Almeno fino alla sua seconda elezione, Trump parve incarnare la sintesi dei due lasciti dell’11 settembre: l’anti-interventismo e l’unilateralismo nazionalista. L’ostentata torsione neo-imperiale della sua seconda presidenza e il frequente ricorso alla forza costituiscono in teoria una svolta, espressiva però del terzo, potente lascito della tragedia dell’11 settembre e di ciò che ne è seguito: la legittimazione e finanche la celebrazione della violenza come strumento primario e necessario dell’azione politica. Violenza, questa, oggi plasticamente sublimata nella retorica e nella postura del Presidente degli Stati Uniti e di tanti membri della sua amministrazione.

Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2026

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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