Il Bignami “occidentalista” di Marco Rubio

Sarebbe facile, fin troppo facile, ironizzare sul discorso pronunciato pochi giorni fa dal Segretario di Stato, Marco Rubio ad Atene. Sui riferimenti filosofici al meglio bignameschi e al peggio mistificatori. Sulla coreografia hollywoodiana, con l’Acropoli crepuscolare sullo sfondo a simboleggiare il rischio concreto del tramonto dell’Occidente. Su un testo che pare prodotto da ChatGPT – un “guazzabuglio da intelligenza artificiale” l’ha definito il giornalista del Financial Times, Edward Luce – più che da una consapevole lettura dei classici (Platone, Aristotele, Plutarco) che Rubio ha costantemente invocato. Sul tentativo, evidente, di usare l’occasione per presentarsi come vero erede di Donald Trump nella contesa con il Vicepresidente J.D. Vance che presumibilmente deciderà chi sarà il candidato repubblicano nel 2028 (per quanto imprevedibile essa sarà, con la possibilità che altri candidati competitivi, inclusi un figlio di Trump, possano in realtà emergere).

Sarebbe troppo facile e dunque pericoloso. Perché quello di Rubio è stato sì un discorso caricaturale. In un tempo, però, in cui le caricature vanno prese sul serio; in cui non è più forse il caso di irriderle e ridicolizzarle, anche quando si cita Platone per legittimare MAGA, si presentano Giulio Cesare e Carlo Magno come antesignani di Donald Trump. Un discorso in cui, al di là del profluvio di riferimenti fintamente dotti, il Segretario di Stato ha di fatto offerto un triplice messaggio: occidentalista, suprematista e antidemocratico.

Come aveva fatto alla Conferenza di Monaco, Rubio ha reiteratamente invocato una “civiltà occidentale” contraddistinta da un lignaggio naturale che dalla Grecia classica giungerebbe agli Stati Uniti repubblicani – “l’aspirazione dei greci verso nuovi orizzonti si è trasformata nello spirito americano della frontiera”, ha affermato – passando per la mediazione fondamentale della cristianità (nel pantheon di Rubio non trova posto alcun pensatore illuminista, c’è invece Hernan Cortés, il conquistador spagnolo che nel XVI secolo sottomise il Messico e abbatté l’impero azteco). Una civiltà, ha proclamato il Segretario di Stato, “caratterizzata non solo da una cultura comune, ma anche da un’antropologia comune – una comune visione … dell’uomo e del suo posto nell’universo”. Visione (e antropologia), queste, fondate su distinzione ed eccellenza, non su eguaglianza e solidarietà: sul rigetto della mediocrità, sulla disponibilità a riaffermare la “volontà di combattere” e, nel caso degli Stati Uniti, di “scegliere senza compromessi la ricerca della potenza nazionale”.

Questa potenza, secondo Rubio, va messa al servizio non solo dell’interesse nazionale degli Usa ma dell’intera civiltà occidentale e cristiana, aiutando l’Europa “a risvegliarsi dal torpore” e a “riaccendere il suo fuoco millenario”. Accettando che la storia, come insegnerebbe l’antica Grecia, la fanno i “grandi uomini”: “l’individuo eccezionale che raggiunge l’immortalità grazie alle proprie gesta”, consapevole “che la gloria e la fama si conquistano con l’impegno, il sacrificio e il raggiungimento di grandi risultati per qualcosa di più grande di sé stessi”; l’eroe “disposto a pagare qualsiasi prezzo per una causa degna della sua fedeltà”.

È insomma un Occidente di élite coraggiose, quello di Rubio, che ha trovato in Donald Trump la sua guida e il suo profeta, e nei nuovi leader della Destra radicale, in America Latina come in Europa, i suoi discepoli. Un Occidente cristiano intrinsecamente superiore, moralmente e culturalmente. E un Occidente che deve trovare nuove frontiere, celebrando senza remore una storia di espansione e conquista cui non si deve porre termine.

Un Occidente che, in realtà, qualsiasi sia il suo (indefinito) perimetro o il parametro utilizzato per misurarne capacità e potenza – dalla percentuale del suo PIL rispetto a quello mondiale alla sua popolazione alla sua capacità d’innovazione – non è più quel che era 30 anni fa e men che meno quel che fu nei primi decenni del secondo dopoguerra. Che, in un’epoca d’integrazione globale e sfide condivise, dovrebbe rilanciare azioni collettive e approcci multilaterali, aggiornando un’architettura di governance obsoleta e parziale, più che crogiolarsi nell’illusione di una sua naturale superiorità o di una un suo destino di espansione e conquista. Un Occidente, di cui discorsi come quelli di Rubio in fondo certificano il fallimento e il declino più che l’unicità e l’imperitura grandezza.

Il Giornale di Brescia, 11 ottobre 2026

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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