Le ragioni della svolta filorussa di Donald Trump

Prima l’accordo sulla re-immissione del diesel russo nei mercati statunitensi e globali. Poi l’opaca vicenda delle limitazioni all’accesso da parte delle forze armate ucraine alla rete satellitare Starlink e al sistema militare Starshield di Elon Musk, con un impatto temporaneo pesante sulle capacità di difesa di Kyiv. Infine, questo ultimo ordine esecutivo di Donald Trump che esenta la Russia dalle sanzioni approvate dal Congresso, e ratificate dallo stesso Presidente, neanche un mese fa.

Vi è un’evidente accelerata nelle iniziative che Trump sta promovendo per agevolare la Russia e creare condizioni propizie a una pace dai termini chiaramente favorevoli a Mosca. Perché? E perché proprio ora e con queste modalità?

Le possibili risposte sono diverse. La tempistica evidenzia il peso ovvio e fondamentale del voto di midterm del 3 novembre prossimo. Trump spera che anche solo un minimo impatto sul costo delle risorse energetiche – qualche centesimo in meno in quello del gallone di benzina o diesel – possa validare la sua narrazione di avere invertito la spirale dei prezzi. In parallelo, cerca di scaricare sulla guerra in Ucraina, e non su quella con l’Iran, la responsabilità per l’alta inflazione, di cui Zelensky – e non Trump – sarebbe il primo responsabile. Infine, con queste sue iniziative, il Presidente sfrutta il residuo di capitale politico del quale ancora dispone, prima di un voto che potrebbe punire duramente i repubblicani, alterare i rapporti di forza al Congresso e indurre finalmente anche molti membri del suo partito a prendere le distanze da Trump o a consolidare iniziative bipartisan pro-Ucraina che sono peraltro già in atto.

La contingenza elettorale spiega insomma molto di queste azioni filorusse di Trump. Molto, ma ovviamente non tutto. A monte agiscono infatti logiche più ampie, slegate almeno in parte da questa contingenza. E in quel a cui stiamo assistendo vediamo anche il combinato disposto di imperialismo, eurofobia e patrimonialismo che contraddistingue discorso e pratiche della politica estera trumpiana. Sono categorie imperiali quelle che riconoscono alla Russia una naturale e legittima sfera d’influenza in Europa orientale all’interno della quale ricadrebbe anche l’Ucraina. Condizione, questa, che con linguaggio asettico ma emblematico l’ultima dottrina di sicurezza nazionale statunitense indicava come il “ristabilimento di una situazione di stabilità in Europa e di stabilità strategica con la Russia”. Da mettere a frutto anche per promuovere profittevoli affari legati alla vendita di una rete globale di giacimenti petroliferi, depositi di gas naturale e raffinerie della compagnia russa Lukoil ai quali parteciperebbero molti dei soliti sospetti: importanti donatori del partito repubblicano, la rete legata al genero Jared Kushner, fondi del Qatar e degli Emirati già presenti in altri investimenti della famiglia Trump.

Impero e affari sono strettamente intrecciati. A maggior ragione se gli attori neoimperiali individuano un nemico comune, quale sembra essere oggi l’Europa tanto per Mosca quanto per Washington. Europa che ha molto investito, materialmente e idealmente, sulla difesa dell’Ucraina; e che a dispetto di tutto – di divisioni politiche e di evidenti errori analitici e operativi – è riuscita a preservare un fronte compatto e unitario rispetto al dossier ucraino, trovandovi anzi un fattore d’integrazione strategica e politica. Colpire l’Ucraina – porre le condizioni per una pace favorevole a Mosca – significa anche colpire questa unità europea: esporne i limiti e le fragilità; e minarne una credibilità senza la quale difficilmente il progetto europeo potrà reggere a lungo.

Il Giornale di Brescia, 18 ottobre 2026

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Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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