Un’America più fragile, più cinica e più contestata

Un anniversario, come questo ventennale degli attentati dell’11 settembre 2001, impone sempre dei bilanci. A maggior ragione quando esso coincide con l’ingloriosa fine della risposta primaria che gli Usa diedero allora a quegli attentati: la guerra in Afghanistan. Che bilancio si può quindi fare? Che America è quella che oggi, commossa e addolorata, si raccoglie per ricordare quella terribile giornata di vent’anni fa?

Le risposte sono plurime e non necessariamente inequivoche. Ma di certo, questa America appare più fragile, più cinica e meno influente. È più fragile, che anche la infinita campagna contro il terrorismo ha finito per alimentare quelle divisioni e quella polarizzazione che corrodono la vita democratica e le sue istituzioni. Vent’anni orsono il dolore e la paura parvero ricompattare un paese già lacerato dal decennio precedente, dall’impeachment di Clinton e dalla lunga coda di un’elezione, quella presidenziale del 2000, infine decisa secondo linee strettamente partitiche dalla Corte Suprema. Quel collante non è però durato. Le fratture si sono riaperte e fatte voragini. La delegittimazione reciproca delle due Americhe politiche – quella liberal democratica e quella conservatrice repubblicana – si è fatta ancora più acuta. Alla mobilitazione, pienamente sdoganata con l’elezione di Donald Trump, di un certo suprematismo bianco ha contribuito anche una campagna globale contro il terrorismo spesso tracimata in islamofobia e razzismo.

Ma è un America anche più cinica e indurita, quella odierna. I fallimenti delle guerre in Afghanistan e in Iraq hanno eroso l’ottimismo sulla natura benigna e trasformatrice della potenza statunitense, e messo in discussione gli assunti universalistici su cui esso poggiava. Vittima delle sue contraddizioni, della sua hybris e del suo velleitarismo, l’idea che l’impareggiabile forza militare americana potesse essere dispiegata per promuovere democrazia, diritti umani e integrazione economica è stata progressivamente riposta nel cassetto. Per essere sostituita da un disincanto che induce a guardare a quel mondo con diffidenza se non con ostilità. Un’America che è ricettiva a parole d’ordine ruvidamente nazionaliste e mentre abbandona una certa tradizione, molto messianica, d’interventismo continua a sostenere e apprezzare alcuni degli elementi più problematici della guerra globale al terrore, dalla tortura all’uso dei droni (negli anni, svariati sondaggi hanno rivelato come una robusta maggioranza di americani si dichiarasse contraria alla chiusura del carcere speciale di Guantamo o giustificasse l’uso di forme “aggressive”d’interrogazione – di fatto la tortura – di sospetti terroristi).

E questo ci porta all’ultimo punto: l’indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti; la riduzione della loro capacità egemonica. A dispetto di tutto gli Usa rimangono il soggetto nettamente superiore dell’ordine globale, come evidenziano la loro forza economica, il loro primato monetario e culturale, il loro dinamismo tecnologico. E però l’egemonia è tanto più efficace quanto più è mediata, negoziata e in ultimo consensuale. È stata questa la grande forza della potenza statunitense, il pilastro della leadership globale esecitata dagli Usa dopo la Seconda Guerra Mondiale: il suo dispiegarsi appunto in forme multilaterali e collaborative, principalmente attraverso un fattivo impegno nelle organizzazioni internazionali e nelle alleanze a guida americana. Il post-11 settembre ha invece ancor più acuito e finanche cronicizzata la tendenza ad agire da soli e unilateralmente. E a farlo in modo sprezzante e finanche ostentato, rigettando i vincoli e le costrizioni del diritto internazionale o le fatiche e i compromessi della diplomazia. Pensando che fosse sufficiente galvanizzare l’opinione pubblica interna per il tramite di una retorica iper-nazionalista, esercitare la leadership grazie al dispiego della propria potenza militare, punire i nemici con mezzi che inorridivano gran parte del mondo, a partire dagli alleati europei. Salvo appunto scoprirsi più fragile, più incattivita e meno rispettata.

Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2021

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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