Le difficoltà di Joe Biden, tra litigi democratici, Big Lies ed eversioni repubblicane

Come spesso accade, le difficoltà che Biden e i democratici stanno incontrando nella loro azione sono in larga parte auto-inflitte: conseguenza di divisioni interne al partito democratico, i cui effetti sono amplificati dalla coesione della controparte e dall’efficace azione ostruzionistica che ne consegue in un Congresso nel quali i democratici hanno maggioranze risicatissime (il pareggio al Senato rotto solo dal voto della Harris; gli appena quattro voti che i dems possono permettersi di perdere alla Camera). Tutto può accadere in un anno, ma ora come ora è davvero difficile immaginare che queste maggioranze possano essere preservate dopo il mid-term 2022, soprattutto alla Camera (al Senato i democratici avranno un vantaggio strutturale, che dei 34 seggi in palio solo 14 saranno democratici e i repubblicani dovranno difenderne di competitivi, in North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin; in un voto pienamente nazionalizzato, una slavina elettorale a favore dei repubblicani però difficilmente non si ripercuoterebbe anche sul voto al Senato e in fondo ai Rep basterebbe sottrarne uno alla controparte, a partire dalla Georgia – Warnock – o dall’Arizona – Kelly – ma ci sarebbero pure il New Hampshire e il Nevada).

Georgia e Arizona che, assieme al Texas, sono peraltro capifila di un’intensa azione legislativa statale per ridefinire le modalità di voto con l’obiettivo ultimo, nemmeno dissimulato, di renderle più difficili e ridurre una partecipazione che, come sappiamo, ha raggiunto picchi record nella tornata del 2020 avvantaggiando i democratici (soprattutto perché, facilitando il voto nelle aree urbane e in orari extra-lavorativi, ne beneficiano di più minoranze e lavoratori a basso reddito, che vivono nei grandi agglomerati metropolitani e votano a larga maggioranza democratico). Sono finora 19 gli Stati che hanno approvato un totale di 33 leggi al riguardo. Tra le altre cose, i provvedimenti riducono il tempo per chiedere e ottenere le schede elettorali per votare per posta, proibiscono agli uffici elettorali d’inviare queste schede se non esplicitamente richieste, rimuovono restrizioni esistenti all’operato dei “poll watchers” (delegati di seggio, se non sbaglio li chiameremmo noi), prevedono controlli (e revisioni) più frequenti delle liste elettorali, proibiscono la possibilità di votare per tutte le 24 ore della giornata elettorale (opzione usata a Houston), riducono (Texas) il numero di seggi elettorali e, provvedimento forse tra i più grotteschi (Florida e Georgia), proibiscono di distribuire cibo o acqua alle persone che attendono – in file spesso lunghissime – di votare, con sanzioni che possono arrivare fino a un anno di galera e mille dollari di multa. Per un elettore italiano (magari non residente all’estero …) abituato agli orari di voto, alla richiesta dell’identificazione, all’idea che il voto si esercita in tempi e spazi predefiniti, recandosi fisicamente alle urne, alcune di queste misure possono apparire del tutto normali. Nel caso degli Stati Uniti, però, con il voto in un giorno feriale, le frequenti difficoltà di registrarsi nelle liste elettorali, le regole draconiane di alcuni Stati rispetto al mantenimento dei diritti elettorali e – soprattutto – la storia di un accesso al voto sistematicamente utilizzato come strumento di discriminazione razziale, questi provvedimenti vanno letti in modo diversi, non ultimo come mezzi per limitare l’accesso al voto che colpiscono più di tutte alcuni segmenti dell’elettorato democratico.

Anche perché, queste misure sono spesso giustificate attraverso la “Big Lie”, la Grande Bugia della frode elettorale che un anno fa avrebbe consegnato la vittoria a Biden. Bugia smentita da innumerevoli riconteggi, ultima in ordine di tempo la stessa audit commissionata dai repubblicani nella contea di Maricopa, in Arizona, e smontata pezzo a pezzo in tanti studi e analisi usciti in questi ultimi mesi (qui due esempi tra i tanti: https://www.hoover.org/research/no-evidence-voter-fraud-guide-statistical-claims-about-2020-election; https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/psq.12721 ).

Bugia che peraltro ispira e giustifica non solo i provvedimenti appena descritti, ma anche altri per molti aspetti ancor più problematici, che riguardano specificamente il processo di certificazione e ratifica del risultato elettorale. Nel caso di una legge già approvata, quella della Georgia, si toglie la competenza del Segretario di Stato (soggetto, lo si ricorderà, alle famose pressioni di Trump che gli chiese di “trovare” i voti mancanti), che non presiederà più la commissione elettorale dello Stato (lo State Election Board, SED) e sarà sostituito da una figura nominata a maggioranza semplice dalla Camera e dal Senato (oggi controllati dai repubblicani). Al SED sono inoltre attribuiti poteri molto più ampi nel rimuovere funzionari di contea responsabili per le operazioni elettorali. In molti Stati sono stati addirittura introdotti dei disegni di legge che, in linea con quanto chiesto da Trump prima della validazione del voto il 6 gennaio scorso, attribuivano al legislatore statale la responsabilità ultima della certificazione del voto (che nel caso del voto per le Presidenziali significa la scelta dei grandi elettori).

Nel passaggio all’approvazione di queste misure, le proposte più radicali non sono state finora adottate. E a bocce ferme, il problema per Biden e i democratici non sono per il momento questi provvedimenti, ma un calo di consenso molto marcato a cui contribuiscono diversi fattori: la realizzazione solo parziale delle promesse rispetto al Covid e alla campagna di vaccinazione; diversi problemi economici, dall’inflazione alle crisi delle catene di distribuzione; l’incapacità di far passare al Congresso molti provvedimenti, anche in una versione fortemente ridimensionata; la crisi dei migranti al confine con il Messico; le summenzionate divisioni tra i democratici; e altro ancora. Nell’aggregato di vari sondaggi, il tasso di approvazione dell’operato di Biden è sceso di quasi dieci punti percentuali tra fine luglio e oggi e, al 43%, si attesta ormai a livelli quasi trumpiani. Più preoccupante ancora è la perdita di consenso tra segmenti fondamentali dell’elettorato: minoranze, giovani e donne. A prescindere però da questo, è difficile non considerare l’azione degli Stati repubblicani sulle regole elettorali un pezzo di un disegno per molti aspetti eversivo: espressione di quella crisi democratica e costituzionale ben descritta da Robert Kagan qualche settimana fa. Crisi – lo si è scritto innumerevoli volte – di cui Trump fu prodotto più che causa, ma che da Presidente e post-Presidente ha cavalcato, esasperato e amplificato. Che ha trovato la sua sublimazione nella follia post-elettorale, nell’assalto al Congresso del 6 gennaio e poi in quella “Grande Menzogna” delle frodi elettorali a cui crede quasi il 70% degli elettori repubblicani per i quali costituisce oggi il fattore primario di mobilitazione politica e, tra un anno, elettorale.

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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