APPUNTI SPARSI SULLA CRISI

La premessa, propria dello storico molto pedante, è che tanti tasselli di questa crisi non li conosciamo e se ci va bene, alcuni (ma solo alcuni) li troveremo in archivio tra vari decenni. Un’analisi seria può solo avanzare ipotesi e, soprattutto, porre questioni. E può e deve affidarsi alla storia non per cercare, à-la-carte, l’analogia immediata o la facile lezione per il presente, ma per avere un quadro pieno della complessità, e finanche dell’ambiguità, dei processi che hanno portato all’oggi. Premesso questo, una serie di punti a seguire:

  1. La storia la invocano tutti, come abbiamo ben visto ieri nell’allucinante discorso di Putin. È inevitabile che sia così , che in fondo la storia – nella guerra d’informazione e di propaganda in corso – offre in teoria la validazione ultima di una data linea. Se l’Ucraina è una finzione ed è in realtà stata sempre e solo parte della Russia, allora che senso ha opporsi al suo naturale ritorno a casa? Se Putin è un novello Hitler, allora ogni mediazione e negoziato sono solo un nuovo appeasement e una riedizione di Monaco 1938. Ma è proprio la contezza dell’opacità della storia l’unica lezione che essa può offrire  all’oggi. Che ci spiega quanto artificiali, inventate, costruite e immaginate possano essere le nazioni e quindi quanto poco senso abbia invocare qualche ancestrale origine delle medesime; che ci ricorda quanto male abbia fatto l’uso e l’abuso delle analogie di Monaco e dell’appeasement (andatevi a rileggere quello che il “realista” Kissinger – anch’egli invocato spesso a sproposito in questi giorni – scriveva sulla necessità di evitare un nuovo appeasement in Vietnam o sul missile gap e l’imminente crollo occidentale in Europa)
  • La storia ci dice anche che dietro le decisioni di qualsiasi attore – anche quello più autoritario – stanno dinamiche di gruppi di potere, linee diverse, contrasti (di nuovo si vada a rivedere il processo che portò alla decisione sovietica d’intervenire in Afghanistan). Nel caso degli Usa questo elemento è ancor più evidente, spesso esasperato da un pluralismo istituzionale che si riflette anche nel processo decisionale della politica estera. Tutto ciò c’indica che le variabili sono plurime, che le spiegazioni monocausali sono al meglio parziali e al peggio fuorvianti. Che categorie come “interesse nazionale” servono a poco o a nulla, a maggior ragione quando declinate senza storicizzazione o contestualizzazione alcuna
  • L’escalation pare inevitabile. L’amministrazione Biden potrà anche avervi in qualche modo contribuito, ma è surreale leggere, come ahimè capita di leggere, che sarebbe una crisi fabbricata e provocata – per dolo o per inettitudine, scientemente o inconsapevolmente – dagli Usa. A Putin a un certo momento una via d’uscita è stata offerta. Non ha voluto coglierla e ha rilanciato. Le ragioni sono tante, e gli amici russologi sono da giorni che ce le spiegano – dal convincimento della debolezza della controparte, alla voglia di alimentarne le divisioni, al peso di ambienti nazionalisti, al convincimento che con gradualità si possa arrivare a una Yalta-Potsdam 2 al dilemma della sicurezza alla paranoia dell’autocrate russo a tanto altro ancora. Anche se poi, lo ricordava Fiona Hill qualche giorno fa, entrare dentro la testa di Putin e del suo circolo non è possibile (con l’ovvia eccezione di qualche mio amico/a facebook)
  •  La risposta inevitabile è quella di nuove, aggressive sanzioni. Quelle di cui cui si parla – la sospensione di Nord Stream 2, l’esclusione dal sistema Swift, provvedimenti mirati contro banche e individui, eventualmente un embargo contro alcuni prodotti chiave – possono risultare estreme. Sapendo però che la loro efficacia sul breve può essere limitata, che la Russia ha in una certa misura dimostrato di saperle assorbire, e che le sanzioni – quando cominciano a farsi sentire – possono esse stesse acuire atteggiamenti revisionisti e aggressivi
  • Considerazioni di credibilità sono ovviamente centrali nel determinare scelte e iniziative statunitensi. L’unica vera potenza globale non può che valutare una crisi regionale per i riverberi più ampi che può avere, per il precedente che può rappresentare e per le indicazioni che altri attori possono trarre. L’ossessione per la credibilità – di nuovo strettamente legata all’uso e abuso dell’analogia di Monaco – è un elemento che ha spesso caratterizzato l’azione internazionale degli Usa e sulla quale abbiamo una ricchissima letteratura (anche se per quanto mi riguarda rimane insuperato il vecchio – 1994 – “Modernity and Power” di Ninkovich). E però è inevitabile che gli Usa guardino all’Ucraina con un occhio alla Cina. L’ordine securitario europeo, in parte ancora post-45 e in parte post-89/91, oggi è apertamente sfidato. Quello dell’Asia-Pacifico da tempo scricchiola e i due appaiono oggi evidentemente legati (anche senza lanciarsi in previsioni da Risiko sulla presuna asse sino-russa, la cui formazione è problematica per infinite ragioni)
  • E però un bel po’ di credibilità gli Usa negli ultimi 20 anni se la sono giocata loro stessi, con le loro fallimentari guerre, con doppi standard – rispetto a diritto e diritti – palesi e con tanto altro ancora. Vi sarà anche molto anti-americanismo d’antan nel grottesco putinismo che, esplicito o sotto traccia, vediamo in tanto chiacchiericcio mediatico (definirlo commento sarebbe conferirgli davvero una dignità eccessiva); e vi sono categorie di una geopolitica essenzialista e monodimensionale che farebbero ridere se prima ancora non facessero piangere ( sui cui effetti diseducativi andrà prima o poi fatta una riflessione). E però denunciare e fonteggiare il violento imperialismo putiniano diventa meno credibile se si sono a lungo rivendicati privilegi quasi imperiali per se stessi e si è utilizzato il diritto internazionale in modo troppo spesso selettivo e strumentale

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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