Il viaggio di Biden in Europa

Quella di Biden che evoca un cambiamento di regime a Mosca e la fine dell’era Putin è stata senza dubbio un’uscita avventata, tanto che il dipartimento di Stato si è trovato subito costretto a una rapida, e a suo modo goffa, rettifica. Una gaffe – e non la prima dell’anziano Presidente statunitense – che ha catalizzato l’attenzione dei media e messo in secondo piano altri aspetti dell’importante viaggio europeo di Biden. Viaggio che si poneva tre obiettivi principali tra loro strettamente intrecciati.

Il primo, evidente, è quello di mantenere la compattezza del fronte euro-americano e la conseguente fermezza della sua risposta all’aggressione russa. Se nelle fasi iniziali del conflitto Putin sperava probabilmente in una vittoria lampo che non avrebbe dato tempo a europei e statunitensi di organizzare una risposta condivisa ed efficace, oggi l’auspicio di Mosca è che una lunga guerra d’attrito faccia riaffiorare le divergenze preesistenti dentro la UE e tra Washington e alcuni cruciali alleati europei, a partire dalla Germania. Divergenze alimentate da interessi economici non complementari, dalla diversa dipendenza dal petrolio e dal gas naturale russi, e da opinioni pubbliche non allineate rispetto alla decisione di sostenere militarmente una resistenza ucraina sulla quale pochi o nessuno avrebbero scommesso un mese fa.

E questo ci porta al secondo obiettivo della visita di Biden: coordinare le prossime mosse di questa azione transatlantica finalizzata ad aiutare l’Ucraina e punire la Russia. Mosse affatto semplici, anche perchè, pur nel contesto delle evidenti difficoltà dell’offensiva russa, una cosa resta certa: l’agire effettivo del deterrente nucleare di Mosca. Vi è insomma una soglia oltre la quale l’iniziativa euro-statunitense non può spingersi, pena una pericolossima escalation e il conseguente rischio di un conflitto che va fuori controllo ed entra nell’ambito, apocalittico e di fatto mai testato, di una guerra atomica. Abbiamo già visto nella vicenda dei jet Mig-29 che la Polonia voleva trasferire a Kiev quali diverse sensibilità vi siano dentro l’Alleanza Atlantica (ed è immaginabile che su questo Biden abbia invitato i polacchi alla moderazione). Si tratta però di divergenze che si estendono al duro regime sanzionatorio adottato per punire la Russia. Regime che per funzionare deve essere applicato coerentemente da tutti oltre che – come sempre in questi casi – offrire ai soggetti sanzionanti la possibilità di incrementare gradualmente la punizione inflitta al sanzionato. Anche su questo sappiamo esservi delle difficoltà dentro il blocco transatlantico. Difficoltà che derivano una volta ancora dalla diversa natura dei rapporti economici con la Russia e quindi da riverberi delle sanzioni che alcuni paesi subiscono di più, talora molto di più, rispetto ad altri.

Il terzo e ultimo obiettivo è tanto ideologico quanto politico-elettorale. Questa terribile guerra ha permesso in una certa misura agli Usa di rilanciare la loro leadership nell’Alleanza Atlantica, e all’amministrazione Biden di vedere validata la sua rappresentazione molto binaria delle relazioni internazionali correnti come uno scontro tra democrazie e autoritarismi, la libertà offerta dalle prime e la violenta repressione che connota le seconde. Si tratta di un discorso che Biden utilizza, come è normale che sia, anche di fronte alla propria opinione pubblica interna: per convincerla della necessità di promuovere una politica estera interventista (e onerosa) oggi ancora osteggiata da molti negli Usa; per cercare di recuperare una parte del consenso e della credibilità perduti in questi 14 mesi di governo; per invertire una tendenza che rischia di punire severamente i democratici alle elezioni di mid-term del prossimo novembre.

Il Giornale di Brescia, 28 marzo 2022

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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