La calda estate della politica statunitense

È un’estate molto calda, questa, per la politica statunitense. Le tante indagini in corso su Donald Trump; la clamorosa perquisizione della villa dell’ex Presidente da parte dell’FBI; l’approssimarsi del voto di mid-term per l’intera Camera dei Rappresentanti e poco più di un terzo del Senato (oltre al rinnovo di gran parte delle assemblee legislative statali e all’elezione di ben 36 Governatori statali); l’incessante ciclo di primarie per scegliere i candidati; un contesto economico volatile e contraddittorio, con la disoccupazione al 3.5%, i redditi familiari che crescono, ma anche altissimi tassi d’inflazione e due trimestri di crescita negativa. Queste e altre variabili convergono nel definire un’equazione opaca, nella quale una delle poche certezze è la persistenza, e l’ulteriore incistarsi, di una polarizzazione radicale: una contrapposizione politica tra due parti che si rappresentano reciprocamente come minacce esistenziali per la democrazia statunitense.

Rispetto a un quadro in costante evoluzione si possono però provare a fissare alcuni punti fermi. Il primo è che le elezioni di mid-term sono più contendibili di quanto nessuno potesse immaginare solo pochi mesi fa. I repubblicani rimangono certamente favoriti e per i democratici sarà immensamente difficile preservare la loro esile maggioranza alla Camera dei rappresentanti (diverso è il discorso per il Senato, dove su 35 seggi in palio 21 sono oggi repubblicani). Lo storico è lì a indicarci quanto difficile sia per il partito del Presidente non subire una sconfitta, spesso molto pesante, al primo mid-term successivo alla sua elezione. Collegi ridisegnati dopo l’ultimo censimento, quasi sempre a vantaggio dei repubblicani, e una distribuzione meno efficiente dell’elettorato democratico – grandemente sovrarappresentato negli agglomerati metropolitani e nelle contee ad alta presenza di università – concorrono a loro volta a mettere sulla difensiva il partito del Presidente. Più di tutto, l’estrema impopolarità di Biden costituisce un macigno in competizioni elettorali sempre più nazionalizzate. E però molte dinamiche in atto avvantaggiano i democratici. Centrali nella discussione politica e pubblica sono divenuti temi – l’aborto e le armi – rispetto ai quali larghe maggioranze del paese non condividono le posizioni oltranziste dei repubblicani. In stati conservatori (anche se con una solida tradizione di attivismo politico e sindacale di sinistra) come il Kansas referendum propedeutici a rendere illegale l’aborto vedono la durissima sconfitta della Destra. Un elettorato apatico e disilluso come quello democratico, in particolare tra i giovani, ritrova la voglia e l’interesse per attivarsi e, presumibilmente, votare.

Lo fa anche per un’altra ragione: Donald Trump. È questa la seconda indicazione che viene dalla calda estate della politica statunitense. L’ex Presidente partecipa attivamente alle primarie repubblicane, appoggiando invariabilmente candidati radicali, pronti a fare loro la “grande bugia” dell’elezione rubata nel 2020. Il suo sostegno è spesso decisivo; a destra, il fronte anti-Trump si fa sempre più esile e marginale: dei dieci membri repubblicani della Camera che nel gennaio 2021 votarono per l’impeachment dell’ex Presidente, solo due saranno candidati in novembre. Una ulteriore trumpizzazione del partito repubblicano, questa, alla quale concorrono gli stessi democratici, che con una decisione eticamente riprovevole (e politicamente azzardata) intervengono talora nelle primarie repubblicane finanziando la campagna dei candidati trumpiani più estremi (e improbabili) nella convinzione che saranno più facilmente sconfiggibili in novembre.

E però una politica che ruota ancora attorno alla figura di Trump – al suo acclarato analfabetismo istituzionale e alle sue patenti inclinazioni autoritarie – espone la democrazia statunitense a tensioni fortissime, inasprisce una polarizzazione da tempo oltre i livelli di guardia e, infine, lega inestricabilmente le sorti del paese alle tante inchieste giudiziarie in corso sull’ex Presidente.

Il Giornale di Brescia, 20 agosto 2022

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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