Un mid-term anomalo?

Solo un paio di mesi fa, una larga vittoria repubblicana alle elezioni di mid-term del prossimo novembre era considerata scontata da quasi tutti i commentatori. La forte impopolarità di Biden, le divisioni interne ai democratici, la loro incapacità di far passare al Congresso qualsivoglia provvedimento legislativo, la fiammata inflazionistica: questi e altri fattori sembravano rendere inevitabile la riconquista repubblicana della Camera dei Rappresentanti e forse dello stesso Senato (dove la mappa elettorale avvantaggia quest’anno i democratici, chiamati a difendere solo 14 dei 35 seggi in palio).

E però l’estate sembra avere modificato radicalmente la situazione. I repubblicani sono ancora favoriti, intendiamoci, ma la loro vittoria non appare più così scontata. Alcuni voti recenti – dal referendum in Kansas sull’abrogazione del diritto d’aborto nella Costituzione statale all’ultima elezione suppletiva nel 19° collegio di New York – hanno visto la vittoria inattesa del fronte progressista e democratico. Le donazioni alle campagne elettorali dei candidati democratici, uno dei cruciali barometri politici, si sono a loro volta impennate.

Come si spiega questo cambiamento, inatteso e per certi aspetti repentino? Tre risposte possono essere offerte.

La prima rimanda alle ultime vicissitudini legali dell’ex Presidente Donald Trump. Dopo la perquisizione da parte dell’FBI della sua villa a Mar-a-Lago in Florida, i principali esponenti repubblicani si erano schierati senza esitazione a fianco di Trump, denunciando l’ennesima persecuzione di una giustizia a loro dire politicamente motivata. Pur rimanendo molti punti oscuri, la vicenda sembra invece avere evidenziato una volta ancora tutta l’inadeguatezza politica e istituzionale di Trump, capace di disattendere la legge non consegnando al dominio pubblico predisposto, gli archivi nazionali, centinaia di documenti e cercando poi in tutti i modi di mantenerne il possesso, nonostante le reiterate ingiunzioni da parte del dipartimento della Giustizia. Un esempio, l’ennesimo, di una concezione proprietaria e privatistica dell’ufficio della Presidenza, emersa peraltro anche in tanti passaggi della commissione d’inchiesta congressuale sui fatti del 6 gennaio 2021. Nel momento in cui occupa la scena pubblica, Trump impedisce l’affrancamento dei repubblicani dalla sua figura e dalla sua retorica e mobilita un elettorato democratico e indipendente spesso deluso da Biden, ma consapevole di quanto pericoloso possa essere un ritorno sulla scena dell’ex Presidente.

La seconda spiegazione si lega anch’essa in una qualche misura alla figura di Trump. Che è intervenuto attivamente in tante primarie con le quali sono stati designati i candidati repubblicani al Congresso e nel voto statale, a partire da quello per i governatori. E che ha usato come criterio primario la fedeltà di questi candidati alla sua persona ovvero il loro abbracciare la “grande bugia” delle frodi elettorali nel 2020. La conseguenza è stata non di rado la vittoria di figure estreme e improbabili, che rischiano di far perdere ai repubblicani anche elezioni sulla carta relativamente sicure.

La terza e ultima spiegazione è forse la più importante. E riguarda i temi e i contenuti più che le persone. Temi e contenuti sui quali i democratici paiono essere più in sintonia con le posizioni di una maggioranza di americani. Il diritto all’aborto è la questione oggi più visibile e importante. La decisione della Corte Suprema di revocare la sentenza del 1973 che offriva una copertura federale a questo diritto ha permesso a molti Stati repubblicani di approvare, o rendere attive, leggi totalmente restrittive che in molti casi non permettono l’aborto nemmeno in caso di gravidanze causate da stupro o incesto. Leggi, queste, che secondo i sondaggi sono osteggiate da una larga maggioranza degli americani e contro le quali i democratici stanno ora modulando un discorso popolare e capace di mobilitare quei segmenti elettorali, soprattutto i giovani, meno inclini a recarsi alle urne il prossimo novembre.

Il Giornale di Brescia, 29 agosto 2022

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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