Quel che resta dell’11 settembre

Arriva un altro anniversario degli attentati dell’11 settembre 2001. E con esso le celebrazioni, i ricordi, la memoria. Che pur vivida e ancora forte, tende col tempo a farsi inevitabilmente più sfocata. Con essa, si fanno e rifanno i bilanci di un evento cruciale della storia contemporanea. Per capire quanto quel giorno abbia davvero costituito uno spartiacque, come parve quasi a tutti all’epoca; quanto in profondità esso abbia cambiato gli Usa e, di riflesso, la politica mondiale.

Le risposte e le analisi non possono che essere ambivalenti e parziali. Tante delle politiche e delle strategie che Washington adottò in risposta a quegli attacchi sono state progressivamente archiviate. La ingloriosa uscita dall’Afghanistan un anno fa sugellò questa archiviazione e parve simboleggiare la fine di un’epoca. E però, molto di quel che l’11 settembre ha prodotto, dentro e fuori gli Stati Uniti, è ancora con noi. Dall’ampliamento di un apparato di sicurezza nazionale che ha grandemente esteso i suoi tentacoli e la sua invasività – con forme di monitoraggio delle comunicazioni, di controllo e, anche, di preservazione di tutti questi dati che sarebbero state inimmaginabili (e inaccettabili)  prima del 2001 – a un’azione globale contro il terrorismo che di fatto (e de jure) continua a porre gli Usa in uno stato di guerra permanente. Da un’opinione pubblica interna che nello storico baratto tra sicurezza e libertà continua a propendere per la prima a una rete infrastrutturale antiterroristica ancora esistente, anche in alcune delle sue componenti più controverse e problematiche, su tutte il vergognoso carcere di Guantanamo, dove si trova ancora una quarantina di prigionieri.

Molti dei mostri generati dalla notte della ragione che seguì all’11 settembre restano insomma con noi, per quanto spesso occultati o invisibili. E però l’America e il mondo del 2022 non sono certi quelli immaginati, e auspicati, da chi quei mostri li partorì o li accettò come necessità inevitabili per quanto dolorose. Forti e profonde sono state le conseguenze inattese e i danni collaterali della risposta che si diede a quegli attacchi e alla minaccia che essi incarnavano. E in misura non marginale, le fragilità e le difficoltà dell’America odierna ne sono la conseguenza.

Due aspetti, in particolare, meritano di essere sottolineati, perché rimandano alla crisi tanto dell’egemonia degli Stati Uniti quanto della loro democrazia. Dopo l’11 settembre, gli Usa di George W. Bush si lanciarono in una crociata globale, per la democrazia e contro il terrorismo, con la quale si giustificò una guerra, quella in Iraq, destinata a costituire il più pesante fiasco strategico nella storia del paese. Combinandosi con le scellerate politiche economiche che avrebbero portato al tracollo finanziario globale del 2007-2008, una politica estera osteggiata da larga parte del mondo, condotta spesso in spregio delle istituzioni e della legalità internazionale, e incapace di produrre i risultati promessi provocò una pesante delegittimazione della leadership mondiale degli Usa. Destabilizzò l’ordine globale e il suo sistema di regole fragile e parziale; costituì un precedente di cui altri paesi, la Russia di Putin su tutti, avrebbero ben presto preso nota; alimentò un forte scetticismo anti-internazionalista dentro gli Usa.

Su quest’ultimo punto avrebbe fatto presa il messaggio radicalmente nazionalista destinato a trovare in Donald Trump il suo improbabile profeta. Messaggio non solo critico nei confronti di guerre inutili e contro-producenti come quella irachena, ma anche insofferente all’idea che in virtù della loro impareggiabile potenza gli Usa abbiano delle responsabilità globali, patentemente ostile verso regole e istituzioni che ne costringono la libertà d’azione, e attraversato da pulsioni xenofobe dispiegate contro popoli e religioni considerati altri, inclusa quella mussulmana.

È questo, in sintesi, il doppio problematico retaggio dell’11 settembre. Avere allontanato gli Usa da un mondo il cui incompleto sistema di governance non può certo operare senza un attivo coinvolgimento statunitense. E avere liberato il demone di un nazionalismo violento e discriminatorio, oggi pienamente sdoganato dentro una democrazia, quella americana, avviluppata in una crisi profonda e pericolosa.

Il Giornale di Brescia, 11 settembre 2022

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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