Le ingerenze russe e le debolezze democratiche

300 milioni di dollari destinati a partiti, fondazioni, centri di ricerca, pubblicazioni. A tanto ammonterebbe la cifra spesa dalla Russia dal 2014 a oggi per influenzare la vita politica in altri paesi, secondo un rapporto dell’intelligence del Dipartimento di Stato. E, si afferma a Washington, quanto scoperto e documentato costituirebbe in realtà solo la “punta di un iceberg” ben più ampio. Una denuncia che non sorprende e che va a integrare le tante relazioni e analisi prodotti negli ultimi anni a partire da quelli sulle ingerenze russe nelle campagne presidenziali statunitensi del 2016 e del 2020. E nondimeno ci s’interroga: sulla natura di questo attivismo russo; su cioè che esso dice rispetto alle vulnerabili democrazie d’oggi; e su cosa gli Usa sperino di ottenere rendendo pubbliche informazioni sensibili e in teoria ancora secretate.

La strategia russa, innanzitutto. Che si colloca dentro una lunga storia e tradizione, quella delle interferenze di attori stranieri nella vita politica di altri paesi. Che può ovviamente far leva su forme di comunicazione e di circolazione delle informazioni fattesi sempre più orizzontali e meno regolamentabili. E che riflette in una certa misura una doppia debolezza che riguarda tanto il soggetto (la Russia) quanto l’oggetto (i paesi scelti) di questa ingerenza. È un’arma dei poveri – di potenze che tali in realtà non solo – quella dei finanziamenti clandestini e della disinformazione, che le potenze vere possono operare in forma più esplicita e alla luce del sole, attraverso alleanze, politiche di aiuti e, se necessario, presenza militare diretta. Ed è un’arma che produce deliberatamente disordine, più che determinare un riallineamento del paese scelto al fianco di chi la utilizza. Per essere più chiari, è dubbio che le intromissioni russe nel voto americano del 2016 siano risultate decisive nella vittoria di Trump (chi scrive non lo crede affatto). Certo, però, è che pur non causando un mutamento della politica degli Usa nei confronti della Russia, esse hanno acuito ed esasperato fratture e divisioni che lacerano e sfibrano la democrazia americana.

Questo ci porta al secondo punto: la fragilità dei sistemi democratici e la loro incapacità di rispondere a questa sfida. La politica e i suoi attori appaiono oggi deboli e delegittimati. È una politica al tempo stesso povera di mezzi, ma costosa nel suo esplicarsi, soprattutto nel momento elettorale. Una condizione, questa, che la rende particolarmente esposta a meccanismi corruttivi quali appunto i finanziamenti di attori esterni. I quali beneficiano inoltre di quei processi di frammentazione politica e apatia elettorale che contraddistinguono tante democrazie avanzate. La campagna russa al tempo stesso si nutre di questa crisi democratica e la alimenta, con lo scopo ultimo di sovvertire i sistemi politici di paesi legati in qualche modo agli Stati Uniti.

Usa, terzo e ultimo aspetto, che rispondono con quello che è a tutti gli effetti un’azione di diplomazia pubblica e, se vogliamo, di propaganda. Pubblicando cioè il rapporto di cui tutti parlano in questi giorni. Con il quale si espongono la Russia e i suoi metodi, e si cerca quindi di rafforzare l’avversione nei suoi confronti delle opinioni pubbliche dei paesi coinvolti (o che, come il nostro, potrebbero essere coinvolti). Si tratta di uno strumento di pressione abbastanza evidente nei confronti dei governi di questi paesi, sollecitati a un maggior impegno nel contrastare le interferenze russe. Ed è, quello statunitense, il tassello di una campagna di guerra psicologica in atto da tempo, che la guerra vera in Ucraina ha reso ancor più importante e centrale.

Il Giornale di Brescia, 17 settembre 2022

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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