Un nuovo calendario per le primarie democratiche?

Biden propone una riforma radicale del calendario delle primarie democratiche del 2024. Lo fa per ragioni comprensibili e finanche nobili: dare maggiore rappresentanza a Stati più grandi e diversi, che meglio esprimono il pluralismo e appunto la diversità dell’elettorato statunitense (e ancor più di quello democratico); evitare che il ciclo elettorale sia preso in ostaggio da Stati piccoli, molto omogenei e meno rappresentativi, a partire dall’Iowa e dai suoi grotteschi caucus (dove Biden andò peraltro malissimo sia nel 2008 sia nel 2020; nel 1988 non ci arrivò nemmeno, che la sua candidatura fu travolta da varie gaffe e piccoli scandali, su tutti il plagio di un discorso del leader laburista Neil Kinnock); costruire negli Stati dove si vota prima una solida infrastruttura e promuovere una partecipazione e un coinvolgimento da sfruttare poi nella campagna presidenziale.

La proposta di Biden, e il nuovo calendario, poggiano su su tre punti:

  • Fissare il primo voto delle primarie in South Carolina il 3 febbraio
  • Avere due primarie tre giorni più tardi in Nevada e New Hampshire (due potenziali swing states piccoli)
  • Far seguire con altre due primarie in swing states invece di grandi dimensioni, la Georgia (il 13 febbraio) e il Michigan (il 27 febbraio)
  • Lasciare agli altri Stati la libertà di fissare il loro voto tra inizio marzo (il super-martedì del 5 marzo) e inizio giugno.

L’Iowa prende una botta mica da ridere, non ultimo per i tanti benefici economici che gli derivavano dall’aprire la competizione elettorale (ma il sistema di voto tribale dei suoi caucus e la figuraccia fatta nel 2020 non inducono a solidarizzare più di tanto). I quattro potenziali swing states scelti per il voto di febbraio ben rappresentano la diversità demografia, razziale, economica, geografica cui si vuole dare voce. La partita non è peraltro ancora chiusa, anzi. Il New Hampshire rivendica il diritto, fissato dalla legge statale, di avere le proprie primarie almeno una settimana prima di chiunque altro; in Georgia, l’ufficio competente del segretario di Stato annuncia che non vi sarà voto disgiunto tra primarie repubblicane e primarie democratiche e che entrambe si terranno il super-martedì. In un sistema in cui le regole variano da Stato a Stato, nel calendario di febbraio previsto da Biden solo le date del voto di South Carolina, Nevada e Michigan possono essere fissate autonomamente dai democratici, senza il consenso delle autorità statali repubblicane.

Sia come sia, il problema – e il vero atto di filibusteria politica di Biden – è partire con la South Carolina: che non è uno swing state (nel 2020 Trump lo vinse con 12 punti percentuali di scarto) e dove cadono subito tutti i ragionamenti fatti per giustificare il nuovo calendario. Ma che è anche lo Stato dove Biden riemerse dalle ceneri nel 2020, dopo i pessimi risultati in Iowa e New Hampshire (nel secondo tutti corsero a farsi i selfie con Sanders e Buttigieg e, foto sotto, toccò al povero Gaetano cercare di consolare il futuro Presidente …). South Carolina e sua leadership democratica statale che vanno ricompensati; e South Carolina che, soprattutto, offre un trampolino di lancio ideale a Biden laddove come sembra assai probabile decidesse di ricandidarsi

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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