La chiusura dei lavori della commissione sul 6 gennaio

Con il suo ultimo incontro pubblico, si chiudono i lavori della Commissione d’inchiesta della Camera dei Rappresentanti sui fatti del 6 gennaio. E si chiudono senza grandi sorprese. Dopo 18 mesi d’indagini, centinaia d’interviste e numerose audizioni, la Commissione termina il suo mandato anticipando i contenuti, le conclusioni e le raccomandazioni del suo rapporto finale. Soprattutto, e come largamente anticipato, la commissione segnala al dipartimento della Giustizia e ad altri organi federali una serie di presunti reati commessi dall’ex Presidente Donald Trump: incitamento all’insurrezione; ostruzione di una procedura ufficiale del Congresso; cospirazione per defraudare gli Stati Uniti; cospirazione finalizzata al rilascio di dichiarazioni false. Segnalazioni, queste, che non hanno valore legale e non impongono quindi un’azione conseguente, ma che aggiungono un ulteriore elemento alle tante indagini, federali e statali, in corso sul tentativo dell’ex Presidente e di alcuni suoi consiglieri di bloccare la validazione del voto del novembre 2020: su quello che fu, ormai è un chiaro, un disegno eversivo finalizzato a impedire l’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden.

Avrà un effetto questa indagine? Contribuirà alla definitiva marginalizzazione politica di Trump, come paiono sperare sia i democratici sia la gran parte degli stessi leader repubblicani?

Una risposta a oggi è impossibile, anche perché nell’operato della commissione convergono due grandi scommesse i cui esiti rimangono incerti. La prima è quella dei democratici, che hanno cercato di usare l’inchiesta sia per allertare il paese sul rischio che incombe sulla democrazia americana sia per trarne il massimo profitto politico ed elettorale. Ponendo costantemente sotto i riflettori Trump, i lavori della commissione sono cioè serviti a tenere alta l’attenzione (e la mobilitazione) della base democratica e a preservare il sostegno di un elettorato moderato e talora indipendente spaventato dalle inclinazioni autoritarie dell’ex Presidente. In un contesto politico caratterizzato da una fortissima polarizzazione negativa, nel quale il traino primario delle scelte di voto è la paura della controparte, fa ovviamente gioco ai democratici continuare a ricordare il pericolo che la democrazia statunitense corse due anni fa.

La seconda scommessa è invece quella dei repubblicani. Che hanno boicottato i lavori di questa commissione così come boicottarono il tentato impeachment di Trump dopo i fatti del 6 gennaio. Decisioni, queste, spiegabili con la consapevolezza che l’ex Presidente manteneva un consenso ampio e maggioritario nella base repubblicana e che sfidarlo apertamente avrebbe lacerato un partito non ancora in grado di emanciparsi dall’ipoteca trumpiana. L’azzardo repubblicano è stato quello di sperare che col tempo, e magari grazie a indagini parallele, ci si sarebbe potuti liberare da Trump senza dover pagare un alto prezzo politico; che sarebbe stato possibile emarginarlo politicamente, preservando – o meglio sottraendogli – il consenso che era stato in grado di raccogliere nel paese.

L’esito del voto di midterm e il parziale calo di popolarità di Trump anche tra gli elettori repubblicani indurrebbero a credere che entrambe le parti stiano vincendo la loro scommessa. Rimangono però troppi punti interrogativi. Sulla tenuta della democrazia statunitense di fronte a una preoccupante assuefazione a tentativi espliciti di metterla in discussione, con una percentuale comunque assai elevata di elettori repubblicani che continuano a credere alla leggenda della vittoria rubata e ad avere un’opinione positiva dell’ex Presidente. Sulla capacità repubblicana di liberarsi davvero di Trump. Sulla disponibilità di quest’ultimo a farsi da parte in caso di sentenze sfavorevoli o di una sconfitta alle primarie del 2024. Nel 2016, dal laboratorio di un fronte conservatore fattosi sempre più radicale e da quello di un sistema politico disfunzionale e polarizzato uscì un genio nocivo che ha messo a dura prova la tenuta di una democrazia di suo in patente sofferenza. Sette anni più tardi, la conclusione dei lavori di questa commissione d’inchiesta ci ricorda non solo quale sia stato il pericolo corso, ma anche come esso persista e quanto spuntate siano spesso le armi disponibili per provare a fronteggiarlo.

Il Giornale di Brescia, 20 dicembre 2022

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: