Il viaggio di Zelensky a Washington

Nessuno se lo aspettava, questo improvviso viaggio a Washington del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il primo all’estero dall’inizio della guerra il 24 febbraio scorso. Tanto da obbligare non pochi senatori e rappresentanti a modificare i loro programmi e, in alcuni casi, a rientrare precipitosamente nella capitale per non mancare l’evento.

Perché andare negli Usa proprio in questo momento e quali sono gli obiettivi dei due governi? Si possono avanzare tre ipotesi, tra loro strettamente intrecciate, relative rispettivamente all’andamento del conflitto, alle dinamiche politiche interne statunitensi e a quelle relative ai rapporti intra-NATO.

I reiterati attacchi russi delle ultime settimane, che hanno preso di mire infrastrutture vitali del paese, hanno evidenziato una volta ancora che ci troviamo di fronte a una protratta guerra di attrito e logoramento, destinata a durare a lungo. Per Kiev è vitale continuare a ricevere aiuti militari ed economici ovvero veder soddisfatta la sua richiesta di ottenere sistemi d’arma ancor più avanzati, in particolare strumenti essenziali per la difesa antimissilistica come i Patriot di cui Biden annuncerà in queste ore il trasferimento all’Ucraina (per un costo stimato che si avvicina ai 2 miliardi di dollari). Una decisione, questa, a lungo evitata perché alza il rischio (e la soglia) dell’escalation, ma che ora può essere declinata in termini pienamente umanitari: come funzionale a proteggere la popolazione ucraina stremata e con alle porte un lungo inverno, difendendo le sue infrastrutture fondamentali, a partire da quella elettrica.

La politica statunitense gioca a sua volta un ruolo centrale. Il Congresso a cui si è rivolto Zelensky è ormai scadenza e a gennaio s’insedierà quello eletto con il midterm del novembre scorso. Si passerà cioè a un governo diviso, con i repubblicani che controlleranno la Camera dei Rappresentanti. A dispetto di alcune dichiarazioni del probabile futuro speaker della Camera, il deputato della California Kevin McCarthy, sull’indisponibilità a continuare a concedere un “assegno in bianco” all’amministrazione rispetto all’Ucraina, è improbabile che vi siano repentini cambiamenti di rotta. La maggioranza bipartisan che sostiene la politica di aiuti a Kiev rimane solida, soprattutto al Senato, e un nuovo massiccio pacchetto di 45 miliardi di dollari dovrebbe essere approvato a breve. E però alcune incrinature in questo ampio consenso vi sono state, anche perché accompagnate da un calo – per quanto limitato – del sostegno pubblico e, ancor più, dall’emergere di alcune divisioni dentro un’amministrazione che in taluni casi pare aver mandato dei messaggi quasi espliciti a Kiev, sollecitando il partner ucraino a evitare inutili, e invero gravi, provocazioni come l’assassinio della figlia dell’intellettuale del regime putiniano, Aleksandr Dugin. Zelensky è stato accolto come un eroe a Washington e cercherà ovviamente di capitalizzare questo successo in termini di relazioni pubbliche.

Lo farà anche rispetto al più ampio fronte atlantico che lo appoggia. La cui unità e coesione ha finora retto al di là delle aspettative e delle previsioni. Ma dove spesso le voci di dissenso e preoccupazione – politiche e pubbliche – sono più forti e diffuse che negli Usa, anche perché maggiori sono i costi del conflitto come ben sappiamo noi italiani. Il viaggio è servito qui a Zelenskyjper vedere confermato il sostegno pieno e incondizionato di quelli Stati Uniti che con il conflitto ucraino hanno visto riaffermata la loro leadership e la loro egemonia federatrice nell’Alleanza Atlantica. Serve, in altre parole, per confermare quella investitura piena di legittimità che il Presidente ucraino è riuscito a ottenere con la guerra.

Il Giornale di Brescia, 22 dicembre 2022

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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