Quel pasticciaccio dell’elezione di McCarthy

La politica americana consuma in questi giorni un altro dei suoi momenti a metà strada tra il tragico e il grottesco. Per la prima volta dopo più di un secolo la nuova maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, in questo caso quella repubblicana, non riesce a eleggere il suo Speaker: quella terza carica dello Stato per la quale è candidato il rappresentante della California Kevin McCarthy. Non è la polarizzazione politica stavolta a generare l’ennesimo esempio di disfunzionalità del sistema politico statunitense. La disputa è tutta interna al fronte repubblicano, con una ventina di deputati dissidenti che sfruttano la debole maggioranza uscita dal voto di novembre (222 a 212) per prendere in ostaggio questo passaggio cruciale nell’insediamento del nuovo Congresso, indispensabile per l’avvio delle sue attività. Si tratta di rappresentanti della destra del partito, per la gran parte vicini all’ex Presidente Donald Trump, che chiedono radicali riforme delle procedure della Camera bassa e vari provvedimenti atti a indebolire il governo federale.

Comunque si risolva, la vicenda è significativa per due ragioni principali, la prima relativa al Partito Repubblicano e la seconda, più generale, al quadro politico statunitense.

Per quanto riguarda i repubblicani, appare chiaro come questo sia il fallimento di una leadership che ha da tempo perso il controllo del partito. Un partito che – spesso per opportunismo e convenienza elettorale – si è spostato su posizioni sempre più estreme ha finito per generare mostri che si sono sottratti in ultimo al suo controllo. I due anni successivi alla tentata eversione trumpiana e all’assalto al Congresso potevano essere un’occasione per rimettere le redini a questi mostri, anche a costo di pagare un dazio elettorale sul breve periodo. Si è scelto altrimenti – McCarthy stesso dopo aver denunciato le gravi responsabilità dell’ex Presidente ha subito fatto marcia indietro – e il voto del novembre 2022, pur avendo costituito una sconfitta per Trump, ha anzi aumentato il numero di rappresentanti trumpiani e radicali.

Se spostiamo lo sguardo al contesto più generale, non possiamo non notare come quanto sta accadendo rifletta la forza di un’anti-politica che ha trovato piena accoglienza dentro il partito repubblicano ma che raccoglie consensi più ampi e trasversali. Le richieste dei dissidenti che si rifiutano di votare per McCarthy non esprimono una visione alternativa di governo. Servono per trasformare la Camera in una sorta di arena permanente, istituendo apposite commissioni d’inchiesta contro Biden e l’amministrazione. Ovvero ambiscono a svuotare il governo di competenze e poteri, per renderlo sempre più debole e inefficace. E a prescindere da come terminerà l’elezione dello Speaker, il viatico cui stiamo assistendo pare preludere a un’altra legislatura litigiosa e assai poco produttiva.

Il Giornale di Brescia, 5 gennaio 2023

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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