Integrare per deglobalizzare: lo spazio nordamericano e i suoi dilemmi

Come previsto, non sono usciti impegni significativi e formalizzati da questo vertice nordamericano a Città del Messico. E però di un summit importante si è trattato. Per la sua valenza simbolica; e perché i leader di Canada, Messico e Stati Uniti hanno rilanciato un’ostentata volontà di collaborazione che soprattutto tra gli ultimi due era parsa venire meno, non solo durante il mandato di Trump, ma anche nel primo biennio di Presidenza Biden.

Questo spazio nordamericano è oggi particolarmente importante. Per il volume di scambi e investimenti che lo connotano: assieme alla Cina, Canada e Messico sono i principali partner commerciali degli Usa. E per questioni – su tutte l’emigrazione e il traffico di stupefacenti – che sono centrali nel dibattito politico statunitense, con effetti assai rilevanti sulle scelte ultime degli elettori, come si vide bene con la vittoria di Trump nel 2016.

Soprattutto, per gli Usa l’area di libero scambio con Messico e Canada – l’ex NAFTA oggi ribattezzato USMCA – dovrebbe costituire un modello d’integrazione regionale con cui rispondere alla sfida rappresentata dalla Cina e dalla sua centralità nelle catene globali di produzione. Negoziato con Trump, ma con il sostegno di larga parte dei democratici al Congresso, l’USMCA (di fatto un NAFTA 2) contiene varie clausole finalizzate a garantire una maggior tutela dei lavoratori e dell’ambiente, inclusi specifici provvedimenti per aumentare la retribuzione minima nelle fabbriche messicane. Al contempo, numerose sono le misure anti-cinesi dell’accordo, in particolare quelle relative alla percentuale della componentistica delle automobili che deve essere prodotta entro lo spazio nordamericano per permettere al prodotto finito, l’auto, di beneficiare della tariffa zero (e di poter quindi essere venduta).

Nelle intenzioni, insomma, s’intensifica l’integrazione regionale per ridurre quella globale: per disaccoppiare l’economia statunitense, e quella mondiale, dalla Cina e dal potere di condizionalità di cui Pechino dispone grazie alla sua presenza in tanti stadi – iniziali e intermedi – delle catene transnazionali di produzione. Un modello, questo, che gli Usa vorrebbero applicare ad altri spazi regionali, incluso quello transatlantico, dove stanno incontrando però numerose resistenze, soprattutto da parte tedesca.

È però una strada davvero percorribile? E quali sono le conseguenze?

Proprio l’esperienza nordamericana evidenzia alcune contraddizioni e dilemmi che hanno generato tensioni e difficoltà tra Stati Uniti e Messico. La prima, più evidente, è che un’integrazione più profonda per essere tale deve garantire forme di mobilità che non si limitano alle sole merci o ai soli capitali. Il paradosso, se vogliamo, di trent’anni di NAFTA è che l’integrazione economica è andata di pari passo con forme sempre più rigide, ancorché inefficaci, di controllo dei flussi migratori. Il confine vieppiù militarizzato del Rio Grande ha sostituito la realtà di un limes poroso sul quale per decenni si sono costruite peculiari comunità di frontiera.

Il secondo dilemma è tutto economico. Tra le cause delle tensioni recenti tra Messico e Stati Uniti vi sono state le politiche energetiche del governo messicano, basate su forti sussidi e aiuti alle compagnie pubbliche CFE e Pemex. Per gli Usa si tratta di una violazione degli accordi NAFTA/USMCA che pone in una condizione di svantaggio competitivo le aziende statunitensi del settore. Per il Messico è invece una politica necessaria all’autosufficienza energetica del paese, giustificata ancor più dal contesto globale odierno e dalla necessità di fronteggiare la forte volatilità e incertezza del mercato dell’energia. Dietro la contesa si nasconde in realtà una contraddizione di fondo della strategia americana d’integrare regionalmente per deglobalizzare: quale limite vi può essere in questa ritirata dalla globalizzazione, in questo integrare per disintegrare? E quanto può chiedere Washington ad alleati che hanno interessi propri, non sempre coincidenti con quelli del potente alleato americano?

Il Giornale di Brescia, 12 gennaio 2023

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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