Protezionismi, sussidi e dispute transatlantiche

L’annuale forum di Davos ha offerto l’occasione a leader politici, banchieri, studiosi e commentatori per confrontarsi su un’economia mondiale che rimane profondamente integrata, ma nella quale forti appaiono essere oggi le spinte verso protezionismi, nazionali e regionali. Dove le dinamiche in atto sembrano volgere insomma verso una deglobalizzazione più o meno accelerata.

Un contesto, questo, caratterizzato da tensioni evidenti anche tra gli Usa e l’Europa. Nell’anno appena trascorso, le due parti dell’Atlantico sono state in una certa misura ricompattate dal conflitto ucraino. Le scelte economiche dell’amministrazione Biden, in particolare sul versante delle politiche industriali, hanno però introdotto un fattore divisivo nelle relazioni transatlantiche. Le clausole dell’imponente programma di spesa approvato l’agosto scorso – il famoso “Inflation Reduction Act” (IRA) – offrono infatti massicci sussidi e incentivi fiscali all’industria statunitense per ridurre le emissioni nocive e facilitare la transizione ecologica. Si tratta di obiettivi che l’Unione Europea condivide e sui quali da tempo sollecita l’alleato statunitense a fare di più. Ma che Washington cerca di perseguire con iniziative scopertamente protezionistiche, che finanziano le imprese nazionali e discriminano quelle europee in ambiti, si pensi alle vetture elettriche e ibride, nei quali l’Europa beneficia di un vantaggio competitivo in teoria spendibile sul mercato americano. Per prendere una clausola dell’IRA tra le tante, il beneficio del sussidio di 7500 dollari per veicolo elettrico è riservato solo se il 50% della componentistica delle batterie è prodotto nello spazio nordamericano (Usa, Canada e Messico); percentuale, questa, che deve salire fino a raggiungere il 100% nel 2029.

L’Europa, Francia in testa, protesta e chiede quanto meno delle esenzioni, che Biden promette di considerare. E però il segnale è inequivoco, anche perché non è isolato: già nella revisione dell’accordo di libero scambio nordamericano del 2018 – l’ex NAFTA diventato USMCA – erano presenti clausole simili, finalizzate primariamente a colpire la Cina, ma con effetti potenziali anche rispetto all’Europa.

Quali sono le indicazioni che vengono da questa vicenda? Tre sono le possibili risposte.

La prima è che il comportamento degli Usa è assai meno anomalo di quanto non si creda. Perché il protezionismo ha una lunga e consolidata tradizione negli Stati Uniti ed è strumento utilizzato anche nell’epoca di accelerata integrazione economica dell’ultimo mezzo secolo. Perché riflette i privilegi che l’egemone dell’ordine internazionale spesso si arroga, imponendo doppi standard a tutti gli altri, in ambito economico e non solo. E perché tra politica estera e politica interna vi è sempre una strettissima interdipendenza, e questo protezionismo è oggi popolare, ed elettoralmente vincente, negli Usa.

La seconda indicazione è che a dispetto di tutto, l’Europa continua a costituire uno degli interlocutori privilegiati degli Usa, come evidenziano anche le promesse di Biden di avere un occhio di riguardo per i partner europei. È sulle rotte transatlantiche che continuano a correre intensi processi di integrazione, visibili nei volumi di scambi commerciali così come negli investimenti diretti (quelli statunitensi in Europa continuano a essere quattro volte superiori rispetto all’Asia-Pacifico; l’Unione Europea è per distacco la maggiore investitrice negli Stati Uniti). A dispetto di pandemie, guerre commerciali e protezionismo, il deficit degli Usa con l’Europa è a sua volta continuato a crescere, raggiungendo livelli record nel 2022.

E però – terzo e ultimo punto – vi è un’evidente tensione tra l’ostentata volontà statunitense di rilanciare e approfondire questa integrazione transatlantica e politiche nazionali come quelle dell’IRA. Le imprese europee potranno anche beneficiare di esenzioni e dispense, ma il problema di fondo non scomparirà, anche perché non s’intravedono all’orizzonte mutamenti radicali nel clima politico statunitense. E allora, come sollecita il Ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, all’UE forse spetterà farsi essa stessa il suo IRA: per accelerare ed essere più competitiva sul versante della transizione ecologica; e per negoziare con più forza con il partner americano.

Il Giornale di Brescia, 22 gennaio 2023

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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