Documenti classificati a casa di Biden, tra politica corrente e segreto di Stato

Continuano a comparire nuovi documenti classificati nella residenza del presidente Joe Biden. Documenti che, come quelli trovati un paio di mesi fa nell’ufficio del Biden Center della University of Pennsylvania a Washington, non dovrebbero stare lì. Il luogo deputato ad accoglierli, conservarli ed eventualmente renderli consultabili sono infatti i NARA (National Archives and Records Administration), gli archivi nazionali di College Park nel Maryland e la loro rete di biblioteche presidenziali. Sappiamo ancora poco o nulla di questi documenti. Allo stato attuale dovrebbero essere circa una trentina, relativi al periodo in cui Biden fu vicepresidente degli Stati Uniti (2009-17) e addirittura ai suoi anni al Senato, quando presiedette in un paio di bienni (2001-03 e 2007-09) la Commissione Affari esteri. Si parla di rapporti su Paesi stranieri, alcuni dei quali con un livello di classificazione alto: ‘secret’ o ‘top secret’.

Al momento, le differenze rispetto al caso dei documenti che Trump ha trattenuto nella sua abitazione di Mar-a-Lago in Florida rimangono significative. Nei numeri: quelli di Trump sono migliaia, di cui alcune centinaia con alta classificazione. E ancor più nella gestione da parte dei due. Trump ha cercato in tutti i modi di non consegnare i documenti ai NARA, ha mentito in più occasioni sostenendo di averli restituiti ed ha infine obbligato l’FBI a intervenire con una perquisizione che ha portato alla scoperta di vari faldoni non dichiarati. Sono stati invece i legali di Biden a trovare i primi documenti, a informare subito gli archivi e in seguito a verificare presso l’abitazione del presidente se ve ne fossero degli altri. Per evitare accuse di doppi standard e insabbiamenti, il ministro della Giustizia Merrick Garland ha trattato in modo simile i due casi, chiedendo a un procuratore (John Lausch, nominato a suo tempo da Trump) di valutare la vicenda di Biden e, su sua indicazione, di affidare infine l’indagine a un procuratore speciale (uno special counsel) come fatto per Trump (anche in questo caso la scelta è caduta su un funzionario, Robert Hur, nominato dall’ex presidente e che aveva lavorato per il suo dipartimento della Giustizia).

Per come stanno le cose, e sulla base delle informazioni di cui disponiamo, in un caso pare esservi stato dolo e nell’altro colpa: una tentata frode da parte di Trump; una negligenza ‒ più o meno grave è ancora da capire ‒ per Biden. E però, al netto di queste patenti diversità, il caso dei documenti non restituiti da quest’ultimo pone una serie di problemi, di breve e lungo periodo. La politica corrente, innanzitutto. È chiaro che Biden e i democratici di tutto avevano bisogno oggi meno che di un caso come questo. Il buon risultato alle elezioni di midterm, gli importanti successi legislativi del secondo anno di presidenza, l’efficace leadership internazionale nella crisi ucraina e, più di tutto, lo sconcertante spettacolo di un partito repubblicano diviso e in balia delle sue frange più estreme avevano dato forza al presidente, come certificato da sondaggi che vedevano una crescita, piccola ma non irrilevante, del tasso di approvazione del suo operato, passato dal 38/39% dell’estate al 44/45% d’inizio anno. Percentuale, questa, che pare essere immediatamente precipitata in conseguenza dello scandalo documenti, che offre ai repubblicani l’opportunità non solo di cavalcare la falsa equivalenza con il caso di Trump, ma anche di sfruttare la maggioranza di cui dispongono alla Camera per aggiungere pure questo filone d’indagine alle tante che già hanno in serbo sul presidente, la sua amministrazione e, anche, i suoi familiari. E che mette in discussione l’immagine sia di integrità che di disciplina costruita dall’amministrazione Biden in continuità peraltro con quella di Obamail solo dei dieci presidenti dopo il 1973 a non essere stato oggetto di un’indagine da parte di uno special counsel.

Se ci distacchiamo dalle contingenze politiche dell’oggi, comprendiamo però meglio la portata della questione per la stessa democrazia statunitense. Perché a monte sta il tema, cruciale, dell’uso (ed abuso) del segreto di Stato così come della preservazione di fonti cruciali per lo studio della storia e per la credibilità delle istituzioni. Poco regolamentata e tutta centrata sull’affermazione di un privilegio esecutivo che lascia ampia discrezionalità al presidente nel decidere come e cosa secretare – Trump è arrivato a sostenere che aveva il diritto di declassificare i documenti solo “pensandolo” – la disciplina in materia è carente e incline a permettere abusi ed eccessi. Combinandosi con l’esplosione delle comunicazioni e la trasformazione delle loro forme – alle fonti cartacee si sono aggiunte nel tempo quelle telefoniche, registrate, e quelle elettroniche – ciò produce una serie di evidenti cortocircuiti, acuiti negli ultimi vent’anni dai pesanti tagli al bilancio dei NARA che hanno reso ancor più complesso il compito degli archivisti.

Per sintetizzare, con una quantità crescente e forse incontrollabile di documenti prodotti, troppi vengono classificati, spesso con scelte arbitrarie e non motivate; solo una parte è preservata e trasferita agli archivi, dove i tempi di risposta alle richieste di declassificazione attraverso il Freedom of Information of Act (FOIA) continuano a essere invariabilmente lunghi e incerti; i presidenti, e una stretta cerchia di loro consiglieri, ne maneggiano quotidianamente una mole rilevante e molto alto è il rischio che – per negligenza o abuso – alcuni non siano conservati come da corretta procedura.

È uno Stato opaco – un «dark state» lo ha definito lo storico Matthew Connelly in un importante studio di prossima uscita – quello che custodisce in questo modo la propria storia e i propri segreti. Uno Stato dove la qualità dei servizi archivistici è precipitata a livelli assai bassi (soprattutto se comparati con quella di altri Paesi, Regno Unito su tutti) e si è ormai in ritardo di 10-15 anni sui tempi previsti di declassificazione. Dove anche questo contribuisce a minare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni e la politica stessa. E dove questa politica, invece di offrire soluzioni – quella proposta da Connelly è di passare la gestione a un’agenzia indipendente, sul modello della Federal Reserve – si accapiglia strumentalmente sui documenti di Biden, finendo per concentrarsi sul dito e per perdere convenientemente di vista la luna.

Apparso su “Atlante Treccani” il 23.1.2023 (https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Documenti_classificati_casa_Biden.html)

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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