Unipolarismo, bipolarismo (spurio) e multipolarismi regionali: l’ordine internazionale nel 2023

L’ordine mondiale sembra essere attraversato oggi da forti dinamiche di frammentazione di cui la guerra in Ucraina è tanto portato quanto acceleratore. Una delle variabili fondamentali delle relazioni internazionali correnti è proprio la tensione tra queste dinamiche e la profondità di processi d’integrazione globale che hanno segnato la storia dell’ultimo mezzo secolo: tra una rinnovata competizione di potenza, che pare articolarsi attorno a un nuovo modello di blocchi regionali, e la infrastruttura (e gli interessi) di una contestata globalizzazione. I volumi di scambi commercialigli investimenti diretti e i flussi di capitale, le catene transnazionali di valore: se valutati sul breve/medio periodo tutti questi parametri paiono indicare la tenuta e solidità di un sistema-mondo altamente integrato. E però, il futuro appare incerto e l’attore principale e più influente dell’ordine internazionale, gli Stati Uniti, sembra vieppiù orientato ad adottare politiche finalizzate a disaccoppiare la propria economia da quella cinese, se necessario attraverso accordi con i partner in Europa, nelle Americhe e in Asia: approfondendo le integrazioni – economiche e securitarie – regionali per ridurre quella globale di cui, si sostiene a Washington, si avvantaggerebbe primariamente il rivale cinese. 

La praticabilità di questa linea è incerta, anche se vi è stato indubbiamente un indebolimento politico degl’interessi che a lungo hanno lubrificato l’interdipendenza sino-statunitense e che oggi poco possono contro un’opinione pubblica e un mondo politico trasversalmente convergenti nel sollecitare una linea più intransigente verso Pechino. Di certo, ci troviamo in una fase di transizione altamente volatile e – come l’Ucraina ahimè ci mostra – assai pericolosa. Una transizione che – argomentano taluni da qualche anno – porrebbe termine all’era artificiosa dell’unipolarismo statunitense del dopo guerra fredda portando verso nuovi equilibri bipolari centrati sull’asse (e sulla competizione) USA-Cina o addirittura a un nuovo multipolarismo come non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale.

È davvero così? E quali potrebbero le implicazioni? Risposte certe non sono date. Il mix infiammabile di integrazione e competizione del sistema corrente ci pone in una terra sconosciuta e incerta; le partizioni di polarità si costruiscono a loro volta con criteri artificiali (e arbitrari), non di rado semplificando contesti più complessi e opachi (semplificazione che costituisce peraltro una delle loro funzioni essenziali). Quel che si può fare è provare a offrire delle riflessioni utili a rendere meno sfocato il quadro e capire in che modo la storia recente ci possa venire in soccorso senza pretendere da essa grossolane analogie o rigide genealogie del presente.

La polarità, innanzitutto, e il suo utilizzo per misurare influenza e rapporti di forza delle relazioni internazionali. Vari fattori concorrono a definirla ovvero esistono delle determinanti della potenza utilizzabili per capire quanto essa sia diffusa o concentrata. Se proviamo ad applicarle al contesto corrente, notiamo due cose. La prima è il persistente scarto tra gli Stati Uniti e gli altri. La spesa per la difesa degli USA sfiora ancor oggi il 40% di quella mondiale (quasi tre volte di più di quella della Cina, che ha il secondo budget militare in assoluto). A questa netta superiorità quantitativa si aggiunge un durevole primato tecnologico e, soprattutto, una capacità straordinaria di proiettare tale forza militare su scala globale, grazie alla impareggiabile rete di basi – grandi e piccole, permanenti e temporanee ‒ di cui gli Stati Uniti dispongono del mondo: tra le 700 e le 800, secondo alcune stime recenti (molte meno stando alle cifre ufficiali del Pentagono, ma il gap con la singola base di cui la Cina dispone a Gibuti rimane monumentale). A dispetto di tutto, il primato del dollaro come valuta globale di riserva e mezzo principale delle transazioni commerciali e finanziarie rimane a sua volta incontestato. I dollari costituiscono tra il 60% e il 70% delle riserve globali in valuta; i titoli del Tesoro statunitense continuano a rappresentare la principale e più sicura fonte d’investimento a medio e lungo termine; il “privilegio esorbitante” che ne deriva a Washington è ancora operativo. A ciò va aggiunta la preminenza del mercato finanziario americano e la capacità che gli USA mantengono di dettare regole e pratiche del sistema globale, come si è ben visto ad esempio nei vari round di sanzioni adottate contro la Russia in risposta alla sua aggressione dell’Ucraina. Misurare quello che con molta approssimazione si chiama soft power è impossibile e negli ultimi anni Trump e la sostanziale disfunzionalità del sistema politico statunitense non hanno di certo aiutato l’immagine degli USA nel mondo; in molteplici ambiti – dalle classifiche internazionali delle università agli investimenti in ricerca e sviluppo – gli Stati Uniti rimangono però altamente competitivi e spesso primi.

Possiamo quindi definire il sistema come inequivocabilmente unipolare? No, ed è questo il secondo aspetto da sottolineare. Questo per varie ragioni, che si legano sia alla traiettoria della storia globale del XXI secolo sia a dinamiche più recenti, acuite anche in questo caso dal conflitto ucraino. La superiorità assoluta degli USA, si diceva, resta indiscussa. E però essa è meno netta e, soprattutto, più contestata di quanto non fosse venti/trent’anni fa. In termini di PIL aggregato o, appunto, di capacità belliche l’unipolarismo del dopo guerra fredda si è affievolito: tra il 2006 e il 2021 la spesa militare statunitense è ad esempio passata dal 46% al 38% di quella mondiale; nello stesso periodo – i dati sono incerti e contestati – il bilancio della difesa della Cina sarebbe invece aumentato dal 4% al 14%. Nello stesso periodo, a parità di potere d’acquisto, il PIL cinese è quasi raddoppiato come percentuale di quello mondiale (dal 10,2% al 18,5%, secondo le stime del Fondo monetario internazionale) laddove quello americano è sceso di circa tre punti (dal 18,6% al 15,5%). Molteplici altri esempi potrebbero essere offerti, ma il punto è chiaro: la superiorità relativa degli USA si è ridotta e la tendenza sembra destinata a continuare negli anni a venire.

La polarità del sistema non è però determinata solo da questi secchi indicatori quantitativi, ma anche dalla capacità del polo (o dei poli) di agire come magneti: di attrarre a sé gli altri attori creando alleanze, blocchi e coalizioni; di trasformare la polarità in “polarismo”, per usare uno slogan semplice. Anche in questo caso, notiamo un indebolimento della posizione relativa di forza degli Stati Uniti. La loro capacità egemonica durante la guerra fredda è stata a volte esagerata e si sottovaluta quanto forti e popolari siano state le sue contestazioni: da parte dell’altra grande modernità alternativa e universale, quella sovietica e socialista; ovvero da progetti neutralisti, terzomondisti e di non allineamento che tra anni gli Cinquanta e Settanta ebbero una forza politica e mitopoietica oggi spesso dimenticata. Nell’ultimo mezzo secolo Washington è però parsa attore ancor più in difficoltà nell’esercitare in modo consensuale la sua leadership: nel “fare” egemonia. Vuoi per l’inclinazione a mobilitare l’opinione pubblica interna per il tramite di una retorica spesso radicalmente nazionalista ed eccezionalista che alienava le opinioni pubbliche internazionali; vuoi, e ancor più, per l’adozione (e, nel proprio elettorato, la piena interiorizzazione) di standard scopertamente duali rispetto al diritto internazionale e di guerra, per i quali ciò che vale per il resto del mondo spesso non vale per gli Stati Uniti. Il polo superiore, per sintetizzare, si è fatto al tempo stesso più sfidabile e meno egemonico.

E l’ordine internazionale è divenuto di riflesso meno unipolare. Perché il deficit statunitense di egemonia ha aperto spazi d’iniziativa nuova, quanto meno regionali, a tante medie potenze, tra cui la stessa Russia (multipolarismo); e perché tra queste medie potenze ne è emersa una – la Cina ‒ che, sia pure inferiore, è considerata da Washington (e si considera) il primo vero competitore dopo il crollo dell’Unione Sovietica (bipolarismo).

Il bipolarismo corrente è fortemente asimmetrico, come lo era peraltro quello della guerra fredda, con una parte ancora nettamente superiore all’altra. E come durante la guerra fredda, l’accentuazione della dimensione competitiva di questo bipolarismo tende a limitare l’autonomia d’azione degli attori terzi (e inferiori), aumentando il magnetismo di poli che – stante il gap di potenza tra loro e gli altri – soli possono offrire sicurezza e protezione. Qualcosa che oggi vediamo in una certa misura nella rinnovata coesione transatlantica sotto la leadership federatrice degli Stati Uniti, nella mobilitazione (sempre USA-centrica) di un’ampia rete di alleanze anticinesi nell’Asia Pacifico e anche nella patente subalternità russa alla Cina, che il conflitto ucraino ha fortemente accentuato.

È un sistema più instabile e in ultimo pericoloso quello bipolare? O la pericolosità si lega solo alla fase di transizione che ridefinisce i rapporti di forza e, anche, le regole dell’ordine globale? Anche in questo caso risposte univoche non ve ne sono. O, meglio, di risposte gli storici e gli scienziati politici ne hanno offerte fin troppe, celebrando la solidità della “lunga pace” del bipolarismo della guerra fredda, alimentata anche dall’efficacia stabilizzatrice della deterrenza nucleare,  ovvero enfatizzando il suo agire come detonatore e moltiplicatore di violenza e guerra fuori dal cuore europeo dell’antagonismo USA-URSS. Di certo, la guerra in Ucraina ha accelerato processi di frammentazione in atto da tempo e affondato definitivamente la narrazione molto benevola e compiaciuta della globalizzazione e dell’unipolarismo post-guerra fredda.  

Pubblicato su Atlante Treccani, il 30 marzo 2023 (https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Unipolarismo_bipolarismo_spurio.html)

Di Mario Del Pero

Professore di Storia Internazionale e di Storia degli Stati Uniti all'Institut d'études politiques - SciencesPo di Parigi

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